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Franco Mazzoccoli, 05 ottobre 2010, ore 05:00

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Un fotogramma dal film Ossessione (1943) di Luchino Visconti (a lato)

Luchino Visconti è contraddittorio fin dalla nascita. Infatti nasce a Milano il giorno dei morti, cioè il 2 novembre 1906. Figlio di Giuseppe Visconti, duca di Modrone e di Carla Erba, figlia di un industriale farmaceutico, si occupa dapprima di allestimenti teatrali mettendo in scena lavori commissionatigli dal padre, impresario teatrale. Dopo aver conosciuto il regista Jean Renoir, diviene suo assistente per i film Une partie de campagne e Les bas fond, esperienza fondamentale che gli permette di occuparsi di cinema e di conoscere gli artisti parigini di sinistra. Ritornato in Italia disegna scene e costumi per alcune opere teatrali. Di lì a poco, Renoir gli propone di collaborare alla regia di Tosca, film che sarebbe stato girato a Roma ma la cui lavorazione viene interrotta per lo scoppio della seconda guerra mondiale, che costringe il regista francese a ritornare in patria. Visconti, con Carl Koch, porta a termine il film e decide di stabilirsi definitivamente a Roma dove conosce Dario Puccini, Giuseppe De Santis, Umberto Barbaro, Mario Alicata e Pietro Ingrao con i quali rinnova l'esperienza parigina. Entra, quindi, a far parte del gruppo che scrive per la rivista Cinema, che, sebbene diretta da Vittorio Mussolini e controllata dal regime fascista, consente e permette un lieve dissenso culturale. Ed è proprio in questo contesto che Visconti scrive il brano che vi proponiamo. Nonostante sia stato scritto nel 1941 rivela un'attualità, a dir poco, impressionante e accomuna nel tempo i burocrati di ogni genere. L'anno successivo esce il film Ossessione. Buona lettura. 

Andando per certe Società cinematografiche capita che si intoppi troppo sovente in cadaveri che si ostinano a credersi vivi. Sarà toccato ad altri, come a me, di incontrarne, e non li avrà identificati lì per lì: perché, quando sono in circolazione, vanno vestiti come me e come voi. Ma quel processo di decomposizione, che è in loro nascostamente in atto, diffonde tuttavia un lezzo di guasto che non sfuggirà più a un naso che si sia appena un po' sperimentato. Nei casamenti modernissimi dove s'insediano ora certe Società, gli uffici guardano tutti su corridoi lunghi, con tanti usci laterali, e sul battente d'ognuno tante targhette uguali, col nome dell'occupante: un colombario in camposanto. Mi è accaduto di trovarmi, aprendo uno di questi usci a caso, in presenza di scenette memorabili: un vecchietto saltabeccante per la stanza, smania in preda a una furia ispiratrice sotto lo sguardo di un coetaneo, con bargigli d'antico tacchino, che, immoto dietro l'ampio scrittoio di legno chiaro, ne segue le mosse sgranocchiando pasticche di Urotropina, vigilante come il serpente che poi si papperà il coniglio.
Personaggi così si dànno appuntamento nelle. tarde ore pomeridiane, al termine di una digestione penosa, a inventare libretti di melodramma che già esistono a loro insaputa.
Se vi si è mai presentata l'occasione di dover conferire con qualcuno di codesti signori e di dover esporre, con un filo di ripugnanza, i vostri sogni, le vostre illusioni, la vostra fede, vi avranno contemplato con l'occhio assente del sonnambulo, e in fondo alla loro orbita opaca vi sarà parso affiorasse il freddo della morte.
Avviene di loro, di fronte ai vostri argomenti, come di un certo personaggio di Poe, che, già morto da un pezzo, ma conservato intatto nel corpo da una possente volontà magnetica, questa venendogli d'improvviso a mancare, si corrompe e discioglie in men che non si dica.
Vivono, già morti, ignari del progredire del tempo, del riflesso di cose tutte estinte, di quel loro mondo trascolorato, dove si circolava impuniti sui pavimenti di carta e gesso, dove i fondalini vacillavano al sospirare d'un uscio improvvisamente aperto, dove in perpetuo fiorivano rosai in cartavelina, dove stile ed epoche si fondevano e confondevano magnanimi, dove, per intenderci, Cleopatre liberty in toupé vampireggiavano (mettendoli alla frusta) ombrosi pezzi di Marcantonii in busto di balene.
Rimpiangono teatrini di posa a tettoia di vetro come le serre dei fiori, gabinetti fotografici alla periferia.
Talvolta li sorprenderete di notte, tra la mezzanotte e l'una, quando, furtivi, e con l'innocenza del convittore che ha tagliato la corda dopo il silenzio, corrono a ritrovare l'amichetta, giovane, che li lasci un po' piangere nel suo gilé. S'infilano allora su per certe scalette che san di fenolo.
Nel sonno, poi, patiscono terribili incubi: sul far del giorno, svegliati di soprassalto dal fegato, che reclama il suo Schoum, nell'incerta luce della stanza non san più se son vivi ora, o se han vissuto.
Non vanno mai al cinematografo. Che i giovani d'oggi, che son tanti e che vengon su nutrendosi, per ora, solo di santa speranza, tuttavia impazienti per tante cose che hanno da dire, si debbano trovare come bastoni tra le ruote, codesti troppo numerosi cadaveri, ostili e diffidenti, è cosa ben triste.
Il loro tempo è finito e loro son rimasti: e non si sa perché. Consentano dunque d'essere messi in vetrina, e c'inchineremo tutti quanti siamo. Ma come non deplorare che ancora oggi a troppi di costoro sia consentito di tenere in mano i cordoni della borsa e di fare la pioggia e il bel tempo? Verrà mai quel giorno sospirato, in cui alle giovani forze del nostro cinema sarà concesso di dire chiaro e tondo: «I cadaveri al cimitero»? Vedrete come tutti accorreremo, quel giorno, a sollecitare qualche imprudente ritardatario, e ad aiutarlo, con tutti i riguardi (che non s'abbia a far male) a introdurre anche l'altro piede nella fossa.

Luchino Visconti, Cadaveri (Cinema, v.s., n. 119, 10 giugno 1941)

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