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Cristoforo Magistro, 02 novembre 2011, ore 22:00

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Umberto I, re d'Italia; Marie-Francois Carnot, presidente francese; l'imperatrice Elisabetta (Sissi) di Baviera; Antonio Cànovas del Castillo, capo del governo spagnolo.

I guai a Giuseppe arrivano dall’America.
Gli rovineranno il resto della vita.
A mettere in moto l’ingranaggio da cui non uscirà più è il console italiano di New York che il 31 gennaio del 1901 comunica al ministero degli interni che un certo Di Bello, o De Belli Giuseppe di Domenico, barbiere di Salandra, durante il soggiorno ad Hartford, nel Connecticut, si è occupato “attivamente della propaganda anarchica e della costituzione di gruppi partito”.
Sempre a suo dire, Giuseppe, che da due mesi è tornato in patria, ha portato “lettere di anarchici per i compagni d’Italia” fra i quali ha ricevuto l’incarico di tenere viva l’idea.1

Anarchico è ancora oggi per molti sinonimo di terrorista.
Nei decenni a cavallo fra l’Otto-Novecento l’anarchia sembrava a un proletariato in larga parte analfabeta il modo più immediato per porre fine a ogni ingiustizia e in tanti vi aderirono con generosa ingenuità. E anche chi la sovversione doveva combattere tendeva a sopravvalutare il fenomeno. Con qualche giustificazione, visto il crescendo di azioni compiute in quegli anni dagli anarchici italiani: novembre 1878, Giovanni Passannante attenta alla vita di Umberto I con un coltellino; giugno 1894, Sante Caserio pugnala il presidente francese Marie-Francois Carnot; agosto 1897, Michele Angiolillo uccide il capo del governo spagnolo Antonio Cànovas del Castillo; settembre 1898, Luigi Luccheni dà la morte all’imperatrice Elisabetta (Sissi) di Baviera; luglio 1900, Gaetano Bresci uccide Umberto I.
Quasi tutti costoro avevano alle spalle esperienze di emigrazione in vari paesi. In particolare Bresci che era arrivato da Paterson negli Stati Uniti dove operano numerosi anarchici e socialisti alcuni dei quali appartenenti alla grande colonia di emigrati lucani.
Anche Giuseppe viene dagli Usa e ciò lo rende tanto sospetto che il ministero dell’interno chiede alla prefettura di Potenza informazioni sui suoi precedenti e ordina di sorvegliarlo e riferire. La risposta, della tenenza dei carabinieri di Matera, è sollecita e circostanziata, ma prudente fin nell’intestazione: “Sedicente anarchico De Bellis Giuseppe di Domenico, d’anni 26, barbiere da Salandra”. Come dire: andiamoci piano con l’anarchia considerato il soggetto in questione e visto che non se ne conoscevano neppure le precise generalità. E sulla base di “riservate informazioni assunte” scrivono che mai in precedenza hanno avuto motivo di occuparsi del giovane barbiere. Nello stesso tempo, per misura prudenziale, ne parlano come del “noto De Bellis”.
Si era in tempi – dicevano i galantuomini avversari dell’emigrazione – di smania migratoria e Giuseppe, come tanti altri della sua età, doveva aver fatto il diavolo a quattro per scappare da Salandra. Tanto che, si dice nella relazione, "ancora giovinetto, per il suo carattere irascibile, indusse il padre a farlo emigrare".
Infatti quando, nel dicembre del 1891, sbarca negli Stati Uniti per la prima volta ha appena 17 anni. Eccezion fatta per brevi rientri, per vacanze o motivi famigliari, vi resterà fino al settembre 1904. E sarà proprio nel corso del soggiorno a Salandra del 1901 che è messo sotto osservazione.
Dopo dieci anni d’America infatti Giuseppe sembra un’altra persona. Forse già quando assillava il padre per partire viveva inquietudini che lo facevano apparire particolare agli occhi dei compaesani. A differenza di molti che nei luoghi d’emigrazione non mettono il naso fuori dalla comunità etnica se non per le più strette esigenze di vita – tanto da poter dire, come il protagonista di un romanzo, ”l’America non esiste, io lo so perché ci sono stato” – Giuseppe nei suoi anni ad Hartford, sulle rive del Connecticut, l’America la frequenta intensamente. E forse, siamo sempre al forse, ha avuto l’impressione di avervi trovato le risposte ai propri dubbi esistenziali. Ha, tuttavia, bisogno di conferme. E quelle conferme può averle solo a Salandra, nel suo mondo, dagli amici d’infanzia.

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È incredibile la sudditanza psicologica e culturale che gli emigrati mantengono rispetto al paese d’origine. Anche gente col pelo sullo stomaco e che si è fatta una posizione all’estero, si sente incompleta se la cosa non è risaputa e riconosciuta in paese. I fratelli Campagna, costruttori di grattacieli a New York e principali finanziatori della Casa Italiana di Cultura, sentiranno di non aver speso invano i loro soldi fino a quando il re, negli anni trenta, non nominerà il maggiore di loro conte di Castelmezzano, il paesino da cui è partito poverissimo col padre. Fra il 1924 e il 1927 la rivista “Basilicata nel mondo” celebrerà i fasti dei corregionali che si sono affermati nei paesi d’emigrazione diventando una vetrina, con tanto di fotografie, dei loro meriti e delle loro imprese. Una vetrina a pagamento dal momento che i celebrati sono i finanziatori della stessa rivista. E questa sete di riconoscimenti da parte del paese sembra essere passata ai discendenti di terza-quarta generazione dei nostri emigrati di un secolo fa. Basti pensare a Francis Ford Coppola e al suo legame con Bernalda.

Ma torniamo al buon Giuseppe. Tornato, come si è detto, in paese nel 1901, si dà a stupire l’ambiente. Gli andrà male. I commenti dei paesani possiamo immaginarli; i carabinieri scrivono: "si dimostra preso da una pertinace momomania religiosa, qualificandosi seguace del protestantesimo (idea che manifestava ai suoi amici) più per principio vanitoso che per altro". Non sappiamo con quale gruppo protestante fosse entrato in contatto. Va tenuto presente che in quegli anni negli Usa era piuttosto intensa l’azione di proselitismo delle chiese evangeliche per strappare adepti agli odiati papisti e che non erano pochi i nostri emigranti che tornavano a casa “convertiti” a qualche nuova fede.
Una delle più influenti, la Chiesa Episcopale aveva promosso fin dal 1882 la formazione di una sezione italiana all’interno dell’Ymca, la Young Men Christian Association.2 Fin quando tutto si svolgeva in America pazienza, ma quando gli emigranti tornati al paese tentavano di diffondervi un nuovo credo, erano guai.
Ecco, ad esempio, cosa pensava il parroco di Bernalda del gruppo evangelico creato da uno di questi rimpatriati, un certo Damaso, scrivendone al vescovo: Ma vuole che le dica tutta l’angoscia dell’animo mio? Non mi illudo di poter schiacciare, con qualsiasi mezzo, questo serpente venuto dall’America, perché allo scintillio del dollaro Damaso non vorrà certamente rinunciare, e basteranno dieci curiosi o fanatici per mantenersi su, al cospetto dei suoi disgraziati superiori, e aprire regolarmente bottega, specie in questi tempi in cui il protestantesimo ha acuito la sua lotta contro la Chiesa e dappertutto vuol fare giungere la sua bava velenosa l’I.M.C.A.3
Che Giuseppe fosse veramente diventato protestante o che posasse solo ad anticonformista, al padre Domenico dava fastidio. Quel figlio lo imbarazzava e "per tale causa – dicono i carabinieri – il padre lo fece nuovamente emigrare".
Parte, ma qualche tempo dopo ritorna. Sarà pure internazionalista, ma, quando arriva il momento di sposarsi, sulla scelta Giuseppe non ha dubbi, la moglie deve essere di Salandra. Per questo è tornato di nuovo in paese e, per quanto chiacchierato e considerato strambo, è pur sempre un “americano”, quindi un buon partito, e trova facilmente un'anima cui gemellarsi.
Intanto la crisi religiosa gli è passata, adesso si mostra di “apparenti sentimenti umanitari ed imbevuto di idee strane che dal suo modo di procedere fanno ritenere essere un uomo piuttosto strambo che altro”.
Durante il soggiorno a scopo matrimoniale l’irrequieto barbiere fa una puntata a Taranto per far riparare una bicicletta. In paese sarà l’unico ad averne una e non diversa è la situazione “ciclistica” nel resto della provincia; che ci fosse bisogno di andare fin là per una cosa del genere è quindi plausibile. Qui è però fermato dalla polizia e tenuto in guardina finché da Salandra non arrivano informazioni rassicuranti. In quella stessa circostanza è perquisito senza esito: non ha materiale propagandistico. “Dal complesso del suo procedere – scrivono i carabinieri – può ritenersi uomo indeciso (ambiguo, cancellato nell’originale, ndr) appunto perché nulla lascia di serio arguire (di) ciò che in effetti pensa e vorrebbe mettere in esecuzione”. Di sicuro appartiene alla “Fratellanza Universale” di San Diego (California), probabilmente un’associazione teosofica, che s’ispira, appunto, a sentimenti umanitari. Mentre è in Italia ne riceve infatti le pubblicazioni e a marzo, appena tornato negli Usa, partecipa a sua conferenza.
Quanto ai sentimenti anarchici di cui era stato accusato, parlando con i compaesani dell’uccisione di Umberto I (29 luglio 1900) da parte di Gaetano Bresci, avrebbe disapprovato il “vigliacco procedere del responsabile” e condannato l’anarchia definendola una società di ambiziosi. Nonostante questo e malgrado se ne escluda dichiaratamente ogni pericolosità, il 7 marzo del 1901 sul De Bellis si apre un dossier che ne descrive l’aspetto fisico, la situazione famigliare ed economica. Nel contempo si assicura che sarà continuamente e oculatamente vigilato.
Nel dicembre dello stesso anno Giuseppe torna in America per stabilirsi a Camden, un pugno di case nello stato di New York, dove, si dirà in un primo momento, fa il barbiere. È da notare che nessuno comunica alle autorità statunitensi, che pure in quegli anni accusano l’Italia di esportare criminali e sovversivi, i sospetti su che gravano su di lui. Prova ne è che supererà ripetutamente i controlli dell’ufficio immigrazione di Ellis Island che prevedono esplicitamente il divieto d’ingresso per gli anarchici.

Maggiori e più precise informazioni sul personaggio sono raccolte dagli inquirenti quando Giuseppe, nell’ottobre del 1904, torna a Salandra con l’intenzione di fermarsi definitivamente.
Il giovane che l’America restituisce al paese non è più il ragazzo scontroso e tormentato che ne era scappato. Nella relazione a suo carico si precisa che in America ha sempre fatto il commesso viaggiatore e non il barbiere. E che in diverse occasioni, avendo acquisito una buona padronanza dell’inglese, è stato impiegato come interprete, tanto da tornare in Italia con una bella cifra, cinquemila lire, di risparmi. “Egli dimostra – si aggiunge – di aver cambiato idee dimostrandosi con tutti ossequioso e rispettoso, prima era taciturno ora invece conversa con discorsi retti da non offendere le istituzioni che ci governano”. Non per questo, aggiunge il relatore, la sorveglianza su di lui sarà allentata.

S’è già parlato del De Bellis ciclista, poco importa se per amor di novità o per voglia di distinguersi. Un’altra aspirazione di Giuseppe “l’americano” una volta tornato in paese è quella di unirsi alla brigata dei Don e di chi ama accompagnarli nelle cacce e nelle conversazioni, le abbuffate fra soli uomini, del dopo caccia. Chiede perciò il porto d’armi, ma gli viene rifiutato.
Nella stessa nota però si precisa che in provincia c’è un altro Giuseppe De Bellis. Costui però è nato a Grassano e risiede a Bari e a lui è da riferire la nota prefettizia del 4 novembre 1911 in cui si parlava di un De Bellis dal comportamento ineccepibile in paese, ma frequentatore di anarchici nel capoluogo pugliese. Questo chiarimento avrebbe dovuto mettere fine all’equivoco. Tanto più che nel dicembre dello stesso anno i carabinieri di Matera tornano a riferire che Giuseppe non riceve lettere né giornali sospetti da nessuno, si occupa solo dei propri affari e chiacchierando con “le migliori persone” del paese non ha mai manifestato principi anarchici; è anzi “di carattere molto calmo e rispettoso verso tutti e specialmente con gli agenti della pubblica forza”.
Sarà tutto inutile. L’ingranaggio burocratico sembra costruito per non restituire più chi ci è finito dentro neanche quando qualche suo addetto segnala che ci sono stati errori.

Non sappiamo quali altri soprusi De Bellis subirà negli anni successivi. Nel novembre del 1906 chiede di essere cancellato dal “libro nero dei sovversivi” con queste parole scrivendo: "Non sono stato mai un anarchico, né lo spero di essere in avvenire. Sono un onesto cittadino, non mi intrigo dei fatti altrui, amo la patria, rispetto le leggi e godo lavorando: così passano nel ben fare i miei giorni."
Ancora una volta i carabinieri confermano la sua dichiarazione ribadendo che solo in un passato ormai lontano e per breve tempo il De Bellis “militò nel partito anarchico, senza conoscerne il significato siccome ritenuto non tanto sano di mente”.
Nel gennaio del 1910 è il sindaco di Salandra ad assicurare che “mai ha dato sospetto d’essere elemento sovversivo” e che non è mai stato biografato come tale chiedendo che sia “messa in disparte la pratica che lo riguarda”. Sarà tutto inutile. Nell’agosto del 1914 Giuseppe riprende il mare sulla nave Taormina e sbarca a New York per sistemarsi a Camden da un fratello. L’ultima informativa sul caso è del 3 dicembre 1923, è passato un anno dall’inizio della cosiddetta era fascista e la repressione si è fatta ancora più ottusa. Anche questa viene dalla tenenza dei carabinieri di Matera e, smentendo quanto detto negli anni passati dalla stessa Arma, recita seccamente: "Il sovversivo in oggetto segnato risulta rimpatriato dall’America fin da tre anni or sono. Non si ritiene ancora opportuno radiarlo dal registro dei sovversivi dappoichè egli risulta tuttora di idee sovversive."
Sulla copertina del fascicolo De Bellis tuttavia la parola magica “radiato” alla fine sarà scritta. Non sappiamo quando, forse dopo la sua morte. Casi del genere erano molto frequenti.

1. Tutte le citazioni che si riferiscono al caso sono tratte dalla documentazione contenuta nel fascicolo De Bellis Giuseppe (Questura, I div, I vers., b. 2) dell’Archivio di Stato di Matera.
2. Cfr. l'articolo "Promising youn italian", New York Times del 4 marzo 1889.
3. Cit. in C. Magistro "Nitti. Lettere lucane", in Bollettino Storico della Basilicata, n.19/2003.

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Primo maggio 1908. Comizio socialista a New York.

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Paterson, 1911. La redazione del giornale socialista "La questione sociale".

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«Dunque, se i governi impiegano contro di noi i fucili, le catene, le prigioni, dobbiamo noi anarchici, che difendiamo la nostra vita, restare rinchiusi in casa nostra? No. Al contrario noi rispondiamo ai governi con la dinamite, la bomba, lo stile, il pugnale.» - Sante Caserio al tribunale che lo condannò alla gigliottina
Citazione bakunin il 03 Novembre 2011 alle 17:11

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