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05 novembre 2012, ore 10:00

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Providence (Rhode Island, Usa), 23 novembre 1912, esattamente un secolo fa.

Una questione ricorrente nel dibattito sull’emigrazione fra fine Ottocento e primo Novecento riguardava l’opportunità che gli italiani prendessero la cittadinanza del paese d’accoglienza. Al riguardo va ricordato che, all’epoca, l’opinione di chi intendeva tutelare il buon nome dell’Italia impedendo o limitando il più possibile gli espatri era largamente prevalente.
Fra i pochi che la contrastavano si era segnalato Francesco Saverio Nitti che in chiusura de L’emigrazione e i suoi avversari, una sorta di manifesto pro-emigrazione pubblicato nel 1888, scriveva: “È stata soltanto l’emigrazione che ci ha salvato dalla miseria e dalla crisi agraria, che ha distrutto la triste necessità dei bambini addetti a mestieri girovaghi, e che [...] è stata in faccia al mondo una vera e propria riabilitazione”.1

In tale clima non si faticherà a comprendere quanto eretica apparisse la posizione di chi si spingeva al punto di proporre che gli italiani prendessero la cittadinanza dei paesi d’arrivo per esercitare il diritto di voto e meglio tutelare così la dignità della nazione e i personali interessi. Ancora una volta il dibattito, più che la grande massa dei diretti interessati, coinvolse pochi, illuminati, esponenti del nostro ceto politico. In compenso investì pienamente chi aveva modo di rendersi conto direttamente delle implicazioni legate alla questione, vale a dire il personale diplomatico. Soprattutto quello operante negli Stati Uniti, il paese che, grazie al crescente sviluppo economico e politico, stava emergendo come grande potenza e principale sbocco della nostra emigrazione.
Scriveva al riguardo nel novembre del 1891 il console italiano di New York:

Egli è certo che, spogliandosi di tutte le considerazioni che dal punto di vista nazionale rendono deplorevole la rinunzia alla propria cittadinanza, la naturalizzazione americana col conseguente diritto di voto, è l’unica che possa assicurare all’emigrazione italiana quello sviluppo, quell’influenza e quel benessere che non riuscirebbero mai a darle le sue forze intrinseche, le quali sino ad ora non hanno giovato a toglierla da quello stato d’inferiorità nel quale si è fino ad ora trovata.2

A suggerirgli queste considerazioni era stata proprio la candidatura di un italiano a una carica pubblica nello stato di New York. Si trattava precisamente di Joseph Gallo, un lucano nativo di Viggiano, il paese dei suonatori di strada che avevano aperto ai corregionali le strade del mondo. Il console lo qualifica banchiere; il New York Times ne parlerà invece come di un analfabeta messo in lista al solo scopo di pescare voti per il partito repubblicano fra gli italiani: “The Repubblicans have no idea of trying to elect him. He can neither read nor write, his only attainment in that direction being the ability to sign his name”.3
La cruda annotazione del cronista si rivelerà vera a metà. Gallo, candidato a deputato repubblicano di Albany, non ce la fa, ma neppure l’aspirante governatore Jacob Stone Fassel al cui seguito il nostro si muoveva. La vittoria andrà infatti ai democratici grazie alla loro affermazione a New York City dove prendono sessantamila voti più degli avversari.
Considerando la posizione strategica che lo Stato di New York ha nelle elezioni generali, ciò significava mettere una seria ipoteca sulla scelta del futuro presidente della nazione. E in tale scelta, suggeriva velatamente il dispaccio consolare, anche gli italiani che della grande mela avevano fatto la loro capitale potevano esercitare una qualche influenza.
In ogni caso la partecipazione a queste elezioni dà agli italiani una straordinaria visibilità e fa capire a tutti che in futuro si dovrà tenerne conto. Durante la campagna elettorale le varie comunità regionali creano numerosi comitati e circoli e danno luogo a manifestazioni e comizi cui intervengono, prendendovi la parola, “anche spiccate notabilità americane”. Né sono da meno i giornali che si lanciano in accese campagne a favore del loro candidato di riferimento. Tanto che il “grande agitarsi di comitati elettorali italiani e le sollecitazioni della stampa fecero sì che – annota sempre il console – un grandissimo numero di italiani assumessero la cittadinanza americana onde acquisire il diritto di voto”. Complessivamente voteranno in diecimila “iscrivendosi in grande maggioranza al partito democratico” e quindi dando un contributo di rilievo alla sua vittoria.4

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Fotocromia di Mulberry street (Little Italy, New York) agli inizi del Novecento.

Quanto a Joseph Gallo, considerando che era la prima volta che un italiano si candidava nello Stato di New York, poco importava che non fosse stato eletto poiché i voti avuti gli creavano comunque “un buon precedente per una nuova candidatura e stabilisce un fatto che […] prova come l’influenza italiana vada acquisendo importanza e facendosi strada”.
In realtà spulciando l’archivio del New York Times sembrerebbe che un italiano si fosse presentato sulla scena politica newyorkese già tre anni prima. Si trattava di Angelo Gallo, anche lui repubblicano. Era un semplice omonimo o un altro viggianese parente di Giuseppe? Un particolare porta a pensarlo: anche Angelo aveva la sua base elettorale nel terzo distretto.5
Ad ogni modo qualcosa sta cominciando a muoversi a little Italy e le previsioni del console sul futuro politico di Joseph si riveleranno giuste poiché nel 1893 è delegato alla Convenzione repubblicana e l’anno dopo lo vediamo rieletto, come capolista, rappresentante del terzo distretto.6
Se si considera tuttavia la tendenza dell’emigrazione italiana, e in particolare meridionale, a concentrarsi nella Grande Mela, ci si renderà conto di quanto fosse ancora lunga la strada da fare poiché in questa occasione solo un’infima minoranza ha partecipato al voto. Al riguardo, in mancanza di dati complessivi sul numero degli italiani a New York in quegli anni, servirà avere presente, ad esempio, che dei 23.198 lucani legalmente emigrati negli S.U. fino al 1900, ben 15.232 vi risultavano residenti.
Sulla questione della naturalizzazione dei nostri lavoratori negli Stati Uniti tornerà qualche anno dopo l’ambasciatore Mayor che, per riuscire più convincente, evidenzierà quanto ciò abbia giovato ai tedeschi, in assoluto i più numerosi e organizzati di tutti.
Scrive Mayor:

a costituire l’influenza degli emigrati tedeschi in America e la considerazione di cui godono contribuisce potentemente […] il fatto che essi, valendosi delle facilità offerte a tutti, prendono assai presto, nella quasi generalità, la cittadinanza americana ed entrano a far parte integrante della vita sociale e politica di questo Paese. Perciò essi contano, sono elettori federali, statali, municipali. Americanizzati, giovano a loro ed al loro paese d’origine, per riflesso, più che non farebbero rimanendo tedeschi.
Il dire, in Italia, che il miglior partito per i nostri emigrati agli Stati Uniti sia di prendere la nazionalità americana, suonerebbe per molti come bestemmia antipatriottica. Eppure sono giunto a credere che così sia. Quando i nostri, in alcuni luoghi, prendono la cittadinanza Americana, ivi sono rispettati e tenuti da conto, anzi carezzati dai partiti e dai politicanti che fanno a gara per accattivarsi i loro voti. Là dove, invece, come a New York, si acquartierano in alcune strade come in ghetti medioevali, sottraendosi alla vita del Paese, conservando costumi, pregiudizi e ignoranze, colà fanno macchia e sono, in mezzo a questa progrediente civiltà, oggetto di scherno, di disprezzo o al più di compatimento.7

Come sappiamo i nostri emigrati non vivevano meglio a casa loro, né avevano strumenti, a partire dalla lingua, che ne favorissero l’integrazione. Né la cercavano: In America – scriverà Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato a Eboli” a proposito degli emigrati lucani – essi vivono a parte, fra di loro: non partecipano alla vita americana, continuano per anni a mangiare pan solo, come a Gagliano, e risparmiano i pochi dollari: sono vicini al paradiso, ma non pensano neppure ad entrarci”.8
Sappiamo anche che spesso non avevano neppure l’intenzione di fermarsi definitivamente in America. Stando così le cose, perché avrebbero dovuto preoccuparsi di esercitare un diritto, quello di voto, che, oltretutto, fino al 1911 non era loro riconosciuto neppure in patria? Quanto al “fare macchia”, soprattutto nella fase pioneristica, più che la causa, era un sintomo della loro debolezza. Lo stare fra paesani non era solo il modo per sentirsi meno soli in terra straniera, ma era utile sul piano pratico. Serviva a darsi reciproco aiuto, a scambiarsi informazioni, inevitabilmente anche a sfruttarsi all’interno del cosiddetto “padrone system”.
Quando all’interno delle nostre comunità emergeranno figure di “mediatori” capaci di dare un ritorno di valore in termini di posti di lavoro, di assistenza e di “favori” all’esercizio del diritto di voto, la partecipazione degli italiani alle elezioni negli Stati Uniti – malgrado l’astensionismo antisistema predicato dagli influenti circoli socialisti ed anarchici dell’epoca – si farà significativa e saranno proprio i ghetti delle piccole Italie i principali bacini di raccolta di voti a buon mercato. Si parlerà di voto di scambio, ma i due maggiori partiti faranno a gara per intercettarlo proprio servendosi di personaggi come Joseph Gallo.9


Note

1. Francesco Saverio Nitti, L’emigrazione e i suoi avversari, ora in Scritti sulla questione meridionale, vol.I, p. 377, Bari 1958.
2. Archivio Ministero Affari Esteri, Serie politica P 1891-1916, b. 359, Elezioni nello Stato di New York, dispaccio consolare del 6/11/1891.
3. New York Times del 31/10/1881, Mr. Gallo’s Candidacy
4. Archivio Ministero Affari Esteri, Serie politica P 1891-1916, cit.
5. New York Times del 3/3/1888, Electing a new committee. The result of the repubblican primary election.
6. New York Times del 19/12/1894, A defeat for Mr. Platt.
7. Archivio Ministero Affari Esteri, Serie politica P 1891-1916, b. 359, S.U. e Germania, dispaccio da Washington del 18/6/1903.
8. Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, p. 114, Torino 1945.
9. Stefano Luconi, La partecipazione politica in America del Nord in Storia dell’emigrazione italiana. Arrivi, pp. 489-490, Roma 2002.

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