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Mauro Bubbico, 17 giugno 2011, ore 12:00

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Sarajevo,
agosto 2005.

Quanti modi ci sono per guardare in faccia la morte e riflettere sui genocidi di massa?
L'associazione delle immagini di morte con l'immaginario della moda, fatto di belle facce e negozi nuovi, di loghi e simboli della società globalizzata, può dare l'idea che il mondo sia contaminato, che ci si trovi di fronte alla propria morte, non a quella dell'altro.

È questa l'idea di fondo della campagna di affissioni dell'agenzia di comunicazione Ideologia (Ajna & Anur) di Sarajevo, realizzata in occasione del decimo anniversario del genocidio di Srebrenica e diffusa a Sarajevo nell'agosto del 2005, proprio quando la città, per via del Film festival, è più frequentata da un pubblico di stranieri, ai quali il progetto è principalmente rivolto.

I manifesti mostrano gli indumenti di marca delle vittime del genocidio di Srebrenica con l'intento avvicinare gli occidentali ai bosniaci portandoli a identificarsi con le vittime attraverso i grandi marchi commerciali di abbigliamento europei e mondiali: Levis, Benetton, Diesel, Lacoste, Adidas.
Le circa 10mila vittime non hanno quasi significato per un occidentale e per chi quei fatti non li ha conosciuti direttamente. Attraverso gli indumenti scelti tra i reperti usati dalle famiglie per identificare i loro parenti, sfruttando il logo come chiave di accesso all'orrore, si è quindi voluta avvicinare l'Europa al genocidio di Srebrenica.

Un modo efficace ma anche assurdo, morboso, ambiguo da un certo punto di vista, per proporre una riflessione sulla morte e la pubblicità. Non è un caso che la stessa idea fu sfruttata da Oliviero Toscani per una vera campagna pubblicitaria Benetton.

 

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Srebrenica, circa 10mila musulmani bosniaci nel luglio 1995: uno dei più sanguinosi stermini avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale, Il generale Ratko Mladić, uno dei principali responsabili, dopo una lunga latitanza, è stato arrestato il 26 maggio 2011.

Nel 1992, quando è iniziata la guerra avevo tredici anni. Siamo stati catturati dalle forze serbe insieme alla mia famiglia e cacciati da casa. Fino al '95 siamo stati tra Tuzla, a nord est della Bosnia e Sarajevo, dove ho vissuto anche il dramma dell'assedio. È lì che abbiamo saputo del genocidio di Srebrenica. Tra quei poveri morti c'erano otto miei parenti, tra cui diversi cugini. Li aspettavamo, ma non ci hanno mai raggiunto. Solo dopo alcuni anni si sono trovati i loro resti nelle fosse comuni. Era una famiglia di otto persone: massacrati dalle truppe di Mladic e abbandonati nelle fosse comuni. Per quelle violenze non ci può essere perdono.
Azra Ibrahimovic, responsabile della Casa del sorriso Cesvi di Srebrenica.

 

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Commenti  

quando si è davanti a queste immagini c'è poco da aggiungere o commentare, ma nonostante si affermi da mezzo secolo che l'arte è morta, i linguaggi e le forme si siano modificati e tutto viene risucchiato in una sorta di gentrificazione relazionale, le immagini possono come con Giotto, raccontare tanto aldilà di quello che da esse appare!
Citazione FerdINANDO MAZZITELLI il 29 Giugno 2011 alle 19:06

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