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Mimmo Castellano*, 09 gennaio 2012, ore 22:00

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Va dato atto e merito ai pionieri del graphic design, che hanno iniziato il faticoso percorso a ridosso della seconda guerra mondiale, degli incredibili progressi che il g.d. ha compiuto nella sua trasformazione da"pittura pubblicitaria", considerata arte minore, a quello che è diventato, decollando verticalmente dopo gli anni '60 e per tutti gli anni a seguire sino ad oggi, nella sua trasformazione, in una vera e propria disciplina scientifica.
Lo sviluppo della segnaletica, della cartografia, dell'archigrafica, della grafica applicata alla comunicazione sociale, nel design dei francobolli, delle monete, nella descrizione per immagini dei fenomeni scientifici e statistici, tutto sostenuto da solidi studi sul cromatismo, sulla percezione ottica, sull'architettura del carattere ed altro ancora.

Tutto questo è stato intuito e studiato prima dell'avvento del computer, così come le deformazioni ottiche, le immagini o i testi in prospettiva e i trattamenti sofisticati delle immagini. Solo che, tutto questo, prima, si otteneva con grande dispieghi di tempo soprattutto in camera oscura, con specchi, lenti, con obbiettivi e piani inclinati, con grande fatica e con grande pazienza, insieme ad una indiscutibile abilità manuale.

ll suo sviluppo va situato storicamente tra gli anni '60 e gli anni '80. Pionieri: la scuola svizzera degli anni '50 e quindi, con il trasferimento in Italia presso lo studio Boggeri di alcuni valorosi giovani grafici svizzeri il benefico contagio culturale e la nascita di una scuola italiana con caratteristiche mediterranee. ll lavoro del grafico era allora durissimo, era la matita lo strumento del progetto. Le infrastrutture erano topograficamente lontane dagli studi di progettazione: le tipografie che componevano i lucidi dei caratteri, gli studi fotografici che elaboravano le immagini, i ritoccatori dell'aerografo che scontornavano i soggetti e ancora le tipografie, che sulla scorta dell'iniziale progetto del grafico coordinavano la stampa attraverso le zincografie prima e le litografie dopo. Il controllo del colore era affidato alla sensibilità dei cromisti e agli interventi diretti degli autori a corregere qui un cielo più blu, lì una faccia meno gialla. Si lavorava con le forbici e con la colla, anzi con la cow-gum, miracoloso, pulito impasto gommoso importato dagli Stati Uniti. I lay-out erano schizzati a mano simulando l'ingombro delle fotografie con la matita n°3/4, con abili chiaroscuri che rendevano suggestivamente l'idea. Si può dire, che, a seconda dell'abilità del grafico, a volte gli schizzi, superavano in bellezza, la effettiva realizzazione finale.

Era necessario rendersi personalmente conto dei processi fotomeccanici, dei procedimenti di stampa. Non poche volte si lavorava in tipografia accanto al proto ad impaginare con i caratteri di piombo estratti dalle voluminosissime pesanti ed ingombranti casse, che facevano le tipografie più importanti, simili ad aeroporti. Era una lunga affascinante avventura. Tutto questo comportava una solidissima disciplina di apprendimenti ecclettici.
È sotto questo aspetto che è comprensibile il rifiuto dei vecchi maestri alle nuove rivoluzionarie logiche del computer, comprensibile ma non legittimo, se non addirittura autolesionista e masochistico. Certo, pensare che, una "moderna" tipografia (per i tempi, poi non tanto remoti) che occupava varie centinaia di metri quadrati solo per l'immagazzinaggio delle casse dei caratteri, può oggi essere contenuta in un cd del diametro di 12 centimetri e dello spessore di poco meno di un millimetro è abbastanza stravolgente! Non a caso in una canzone, Lucio Dalla si lamentava della scomparsa dei linotypisti: oggi sembra archeologia immaginare un linotypista al lavoro, cavalcando quasi la monumentale macchina, con le vasche ribollenti di piombo fuso e la bottiglia di latte accanto a svelenire i vapori del piombo.
Per le generazioni che sono state antesignane della nuova grafica, tutto questo appariva come un grande affronto, e di qui il loro rifiuto pateticamente orgoglioso a guardare con estrema sufficienza e da molto lontano, quasi con un cannocchiale rovesciato, quello che inesorabilmente il progresso, con passi estremamente lunghi e veloci, sostituiva rapidamente con una evoluzione che ormai può contarsi nell'ordine di mesi rispetto a quell'altra che era avvenuta nell'ordine di decenni. Hanno, sdegnosamente, semplicemente, voltato le spalle o ficcato la testa nella sabbia. Maliziosamente si potrebbe pensare che non avessero nessuna voglia di rimettersi a tavolino a studiare con la logica del computer, logica diametralmente opposta a quella della vecchia filosofia del designer.

È stato in questo momento cruciale che si è interrotto il ponte che idealmente ha sempre unito storicamente le vecchie e le nuove generazioni. Incredibilmente, in tale contesto, si è perso il vecchio rapporto che legava il maestro all'allievo, perché non c'era più la stessa lingua, lo stesso vocabolario ad unirli. In qualche caso, la resa al computer avviene in un rapporto indiretto, attraverso giovani smanettatori, che con la intemperanza propria dei giovani, si limitano a compiere operazioni del tutto marginali, eseguendo operazioni elementari. Un po' come andare in automobile con l'autista. È infatti negata l'emozione di spingere sull'acceleratore in curva. Non dimentichiamo che il rapporto dei giovani col computer é un rapporto preferibilmente ludico, ossia un rapporto diametralmente opposto a quello che è stato il vecchio rapporto delle vecchie generazioni con gli strumenti di lavoro tradizionali, con le cose concrete che si toccavano: un cliché di zinco era una entità che aveva peso e pessore, la bottiglietta della china che si versava sul tavolino comprometteva senza pietà il lavoro di una giornata, bisognava togliere gli eccessi di colla con la pallottolina del caw-gum, staccare le patinate male incollate con le infiltrazioni pazienti della benzina Avio.
Gli spazi degli studi di grafica erano planetari: oggi il desk-top totale, dal progetto alla stampa, rientra in meno di un metro quadrato. La virtualità della strumentazione disponibile è pressocché infinita e straordinariamente precisa contro le righe ammaccate, gli airbrush otturati e le righe del tecnigrafo che si scontravano con i push-pine.

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Ritornando a sottolineare il rapporto ludico delle nuove generazioni col mezzo, non è difficile spiegarsi dell'avvenuta frattura. Si sono infatti modificate le situazioni dello spazio e del tempo. La trasmissione della filosofia del progetto avveniva attraverso un lungo processo di "distillazione", nel rapporto maestro/discepolo, il tempo era una realtà imprescindibile nella evoluzione della personalità del discepolo (usiamo pure questo vocabolo arcaico, perché meglio si attaglia alla sostanza del pensiero da esprimere). Era qualche cosa che andava assimilata lentamente, attraverso un processo di ruminazione continuo e quotidiano.
Nella realtà dei McDonald e della gioventù "fast", tutto questo può sembrare anacronistico e apparentemente fuori luogo: il linguaggio dell'espressione giovanile si è omologato al modello del villaggio globale, la calligrafia dei "graffiti" di New York è identica a quella di Busto Arsizio o di Barcellona. Ma non ci si illuda che il mondo e le sue vecchie regole possano cambiare di colpo, d'altra parte ipoteticamente, cambierebbe solo in peggio, in una totale omologazione di linguaggio che porterebbe ad una resa dell'immaginazione ai luoghi comuni e alla più piatta ovvietà.
Dismessi i panni di Cassandra, con i piedi per terra, innanzi tutto rendiamoci conto che, come in tutte le rivoluzioni, anche in questa lo sciovinismo è imperante da tutt'e due le parti della barricata. Quando le acque, ora torbide, si saranno illimpidite, non sarà difficile vedere che sarà necessario un recupero dei vecchi valori, perché nessun ammasso di ferro e di plastica potrà mai sostituire la saggezza e l'esperienza, non solo di una generazione, ma di secoli di storia.
È d'altra parte necessario che, con grande umiltà, i "grandi vecchi" comincino a studiare da molto vicino questo inconfutabile nuovo processo tecnologico che rivoluziona totalmente quella vecchia professione, una volta di elitè per la sua complessa conformazione ed oggi apparentemente alla portata di tutti. Non è vero comunque, se non nella sua banale apparenza. Il "progetto" continuerà ad essere insostituibile. lnfatti il grande equivoco in cui quasi tutti sono caduti é che il computer (lo stregone) possa sostituire la scintilla dell'intelligenza (si ventila anche la pericolosa parola "intelligenza artificiale"), e magari qualcuno poco informato potrà anche crederci. Le cose non sono così, ma, per poterlo sapere è inevitabile quell'avvicinamento al nuovo strumento, per conoscerne sia i limiti, sia le straordinarie possibilità che può determinare con la quasi inesauribile gamma di strumenti precisi ed affidabili che mette a disposizione dell'operatore.
Dall'altra parte, i più giovani si renderanno conto che questo delirio di onnipotenza, che permetterebbe di poter fare tutto o quasi, è solo una droga. Per questo, illusoria ed ingannatrice. Tutto questo ha contribuito sino ad oggi, ad una pietosa proliferazione di luoghi comuni, ad una ingannevole moltiplicazione di "effetti speciali" che non hanno affatto dato un qualsiasi contributo all'evoluzione del linguaggio dell'immagine, escluse quelle poche eccezioni che si contano sulle punte delle dita. Non a caso sono stati rivisitati i siti del surrealismo sia nella sua ordinaria versione, sia in versione fantascientifica ed aereospaziale, rifatto il verso alla pittura (alcuni programmi riportano tecniche per elaborare immagini "alla Van Ghog" o "alla Seurat"...).Ma tutto questo è banale e umiliante per un mezzo che mette invece a disposizione le sue infinite possibilità di calcolo, ieri inimmaginabili, al servizio della grafica. Come dire che quello che è possibile fare oggi lo si sarebbe potuto fare ieri, a patto di avere un esercito di ingegneri disposti a calcolare per migliaia di ore. Come sempre è stato e non potrà mai smettere di essere, sarà sempre necessario impartire gli ordini adeguati a questo esercito di ingegneri a nostra disposizione. Ma tutto questo sarà impossibile farlo se non si avranno i mezzi per comunicare gli ordini. Questo mezzo é uno solo: la diretta conoscenza dei programmi, le loro estensioni, i loro limiti, la trasmigrabilità da un programma all'altro, la dimestichezza con le curve di Bèzier e tutto il resto.

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Questa riflessione è rivolta a quei designers che avendo duramente esercitato la professione, con i mezzi, allora primordiali, per pigrizia, oggi, continuando ad andare in bicicletta, rifiutando di ammettere che esistono le automobili se non addirittura i missili. È vero che le nuove generazioni mancano del privilegio della sintesi, arte che si imparava accanto al maestro, che invitava continuamente a "togliere", mai ad aggiungere. Ma se questo è vero, è vero anche che i maestri vanno col carro armato a comprare i fiammiferi al tabaccaio all'angolo. Nella più sventurata delle ipotesi, ossia se questo incontro tra le due generazioni non potrà avvenire, per il naturale processo biologico delle specie in estinzione, resterà sempre un messaggio negli ingialliti volumi degli anni '60, e su e giu di lì, che i giovani, una volta sopiti gli spiriti ardenti della rivoluzione, potranno riscoprire e farli propri, restaurando quei valori della sintesi, del buon gusto e della essenzialità del messaggio,che sono stati prerogativa di ogni civiltà, in ogni tempo.

*15 ottobre 1996

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