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Mauro Bubbico, 10 settembre 2011, ore 14:00

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Mandé Daguerre, vedute del Boulevard du Temple a Parigi, 1838, dagherrotipo.

"Questa è la prima fotografia, una delle prime vere fotografie nel senso in cui noi utilzziamo il termine, che sia stata fatta. È una veduta del Bolevard du Temple presa a Parigi con una posa relativamente breve [...]. Daguerre riesce, con uno studio approfondito delle reazioni chimiche, a ottenere l'immagine in pochi minuti, nessun ci fa caso ma sulla sinistra c'è una persona ferma, alcuni dicono sia un lustrascarpe, secondo me è un'omino che aveva messo lì Daguerre dicendogli di stare fermo per alcuni minuti".
Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia, Quodlibet Compagnia Extra, 2010.

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Con l'invenzione della fotografia (Daguerre, 1822) si offrì al mondo un nuovo strumento di contemplazione e conservazione delle meraviglie dell'arte, dell'architettura, degli eventi storici e naturali. Come sottolineò Paul Valéry, l'invenzione della fotografia produsse un profondo cambiamento del modo in cui l'uomo rappresenta il mondo, proponendosi come uno strumento straordinario di conoscenza. Tale scoperta generò negli artisti un atteggiamento di rifiuto del romanticismo, dando il via ad un periodo di apertura alla sperimentazione che porterà alla nascita dell'arte moderna (1860 circa). La pittura, che fino ad allora era stata impegnata a ritrarre la realtà, poté dunque dedicarsi ad esplorare il mondo interiore. La fotografia allo stesso tempo liberò la letteratura dal vizio della prolissità, nonchè dalla tendenza a descrivere il falso, favorendo la Bella Letteratura, impegnata a perfezionare il discorso che espone e costruisce il pensiero astratto. Ciò che non ha corpo e non è fotografabile è letteratura.

D'altra parte il mezzo fotografico esercitò ed esercita ancora la sua potenza attrattiva sulla pittura come sulla letteratura. Remo Ceserati, nel suo saggio sul rapporto tra fotografia e letteratura, sostenne che "molti scrittori della modernità ebbero un'attenzione intensa e profonda per le tecniche e i modi della riproduzione fotografica, fino a lasciarsene invadere l'immaginazione, influenzare i modi della percezione della memoria e della realtà interiore ed esteriore, le pratiche di cattura ed esorcizzazione di parti e dettagli del mondo, le tecniche stesse della descrizione e ricreazione letteraria".1 Non è un caso che numerosissimi scrittori della letteratura postmoderna, a dimostrazione della presenza invasiva e ossessiva della fotografia, abbiano voluto scrivere le proprie riflessioni in merito: da Edgar Allan Poe a Charles Baudelaire, da Alberto Savinio a Paul Valéry, da Leonardo Sciascia a John Berger, da Italo Calvino ad Antonio Tabucchi...

I primi anni del Novecento furono contrassegnati dalla ribellione piccolo borghese contro le tradizioni e le convenzioni accademiche; ribellione che avanguardie storiche come il Futurismo prima, il Surrealismo, il Cubismo, il Dadaismo ed altre, poi, seppero interpretare e far proprie. Per attaccare le idee attraverso la forma, distrussero anarchicamente i canoni estetici della tradizione e adottarono nuovi riferimenti estetici.
Allo slogan "tutto è arte", alle tecniche pittoriche classiche della pittura da cavalletto si sostituirono nuove modalità espressive e nuovi materiali pittorici: ferro, vetro, legno, stracci, foto e scarti di giornali. Tutte le forme di rappresentazione, da quel momento, diventano equivalenti, con conseguente allargamento della democrazia figurativa. Le avanguardie storiche del XX secolo si caratterizzarono per l'uso della tecnica del montaggio e dell'immagine manipolata, ma la vera fucina del fotomontaggio fu il cinema e soprattutto quello di Ejzenštejn.

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Fotogrammi dal film Stacka (Sciopero), di Sergej Ejzenštejn, 1924.

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Nella Russia della rivoluzione leninista, in cui vi era un alto tasso di analfabetismo, il fotomontaggio si rivelò un innovativo ed efficace mezzo di comunicazione. Rodchenko ed El Lissitskij lo usarono per produrre manifesti e illustrazioni di libri, riviste e cartelli pubblicitari.
I dadaisti Hausmann e Heartfield a Berlino (1918-1923), dove si respirava un clima di forti tensioni sociali, furono i primi a sviluppare le tecniche del fotomontaggio e del collage. Scrisse Hans Richter: "Bisognava escogitare qualcosa di nuovo: le foto venivano ritagliate, incollate insieme in modo provocante, collegate tra loro con disegni i quali pure venivano tagliati e intramezzati con pezzi di giornale o di vecchie lettere o quel che capitava, pur di cacciare nella fauci di un mondo impazzito la sua stessa immagine".
Heartfield, nell'urgenza di intervenire nella nuova realtà, trasformerà il fotomontaggio dadaista da un "esplosione di punti di vista" a strumento di polemica politica e smascheramento delle ipocrisie borghesi. Il fotomontaggio, che si era già affermato in Urss come strumento di lotta e di pedagogia nell'ambito della grafica costruttivista, con Heartfield vedrà il suo apice espressivo. Accostando per analogia o contrasto e con logica e fantasia parti d'immagini diverse era possibile procurare uno shock.

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Tre fotomontaggi di John Heartfield.

Adolf il superuomo: ingoia oro e dice sciocchezze,  A-I-Z n.29 del 1932.

Fornitrice coatta di materiale umano. Coraggio lo Stato ha bisogno di disoccupati e di soldati!, A-I-Z n.10 del 1930.

Guerra e cadaveri – l'ultima speranza dei ricchi, A-I-Z n.1 del 1932.

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Il fotomontaggio ha sempre avuto un'accezione popolare dovuta alla grande diffusione che la fotografia ebbe dopo il 1848 con l'invenzione del negativo e con lo sviluppo della ritrattistica. "Ognuno con il proprio ritratto fotografico conquista una propria scena del mondo. Si ritrae lo spazio in cui si rivela, lo si abbandona in un album di famiglia che ricorda di un proprio passato".2 I giornali ne fecero ampio uso come testimonianza intangibile della realtà, di facile comprensione, per un pubblico indistinto, il più vasto possibile. I collezionisti le ritagliavano per i loro album, i bambini per abbinarle tra loro con scritte e grandi lettere, tant'è che si può parlare di nascita spontanea del fotomontaggio. Si individuarono due modi diversi di operare: uno indiretto, ritagliando le foto e incollandole su una nuova superficie, con una tecnica simile al collage; un altro diretto, lavorando nella fase di stampa dei negativi.

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Henry Peach Robinson, Spegnersi, 1858.

Dal punto di vista professionale, Henry Peach Robinson è considerato uno degli ideatori del fotomontaggio. Le sue immagini erano realizzate con un procedimento basato su stampe combinate realizzate con l'utilizzo di vari negativi. Spegnersi (1858) è una immagine costituita mediante l'assemblamento di cinque diversi negativi. L'immagine sentimentale e malinconica "mostra l'agonia di una ragazza sofferente di tubercolosi, circondata dalla sua famiglia. Vi è uno spazio simbolico rappresentato dal cielo in tempesta che si intravede al di fuori della stanza, metafora della sofferenza dei parenti. Il risultato, trovato nell'armonia della composizione, coinvolge lo spettatore nel dolore e nel dramma, rendendolo partecipe delle emozioni dei personaggi".

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Nel periodo Vittoriano un gruppo di donne aristocratiche utilizzarono la fotografia in modo fantasioso e praticarono il fotomontaggio per il piacere privato piuttosto che per la diffusione pubblica. Invece di limitarsi a raccogliere le piccole fotografie di familiari, amici e conoscenti in raccoglitori fotografici, esse preferirono ritagliarle e collocarle in paesaggi immaginari o inserire le teste in corpi di animali, raggiungendo un effetto onirico e bizzarro. Questi fotocollage rappresentarono una forma di intrattenimento da salotto e l'opportunità di conversazione e flirt con il sesso opposto. Fu anche un modo di reagire al fatto di essere escluse dalla pratica della grande arte, appannaggio dei soli maschi, e perciò costrette a esprimersi relegate ai margini della mera attività di svago.

1. Remo Ceserati, L'occhio della medusa. Fotografia e letteratura, Bollati Boringhieri, 2011.
2. Paul Valéry, Discorso sulla fotografia, Filema, 2005.
3. Walter Benjamin, Piccola storia della fotografia, Skira, 2011.

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