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Franco Mazzoccoli, 04 novembre 2010, ore 13:00

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Marino Mazzacurati, Bozzetto per un monumento alle gerarchie, 1943


Bertolt Brecht
Il parto della grande Babele

Quando era giunta l’ora delle doglie, si ritirò all’interno delle sue stanze e si circondò di medici e di veggenti.
Sorse un mormorio. Nella casa entravano uomini autorevoli con le facce serie e ne uscivano con le facce preoccupate e pallide. E il prezzo del bianchetto raddoppiò nei negozi di cosmetica.
Il popolo si radunò nelle strade e ci restò dal mattino alla sera, con lo stomaco vuoto.

Il primo rumore che risentì nel sottotetto suonò come una enorme scorreggia, seguita da un grido possente: «PACE!», dopo di che la puzza aumentò.
Subito dopo il sangue sprizzò in un getto sottile, acquoso. E poi seguirono altri rumori in una serie ininterrotta, uno più terribile dell’altro.
La grande Babele vomitò e suonò come LIBERTÀ! e poi tossì e suonò come GIUSTIZIA! e di nuovo scorreggiò e suonò come BENESSERE! E in un lenzuolo insanguinato un marmocchio strillante venne portato sul balcone e mostrato al popolo al suono delle campane e quello era la GUERRA. E aveva mille padri.

Bertolt Brecht, Il parto della grande Babele
in Poesie, II (1934–1956), Einaudi, Torino 2005, p. 351

 

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Ivan Kulekov, Senza tempo, senza ordine, senza indirizzo, Libri piccoli Voland, 2001

 

 

 

 

Dalton Trumbo
E Johnny prese il fucile

Se avessi le braccia potrei ammazzarmi, se avessi le gambe potrei scappare, se avessi la voce potrei parlare e tenermi compagnia da solo in qualche modo, potrei anche urlare per chiedere aiuto, anche se nessuno mi aiuterebbe. Nemmeno Dio, perché Dio non c’è. Non può esserci in un posto come questo. Eppure devo fare qualche cosa perché io non so proprio come posso andare avanti tanto tempo. S.O.S. Aiuto, S.O.S. Aiuto, S.O.S. Aiuto….

Sono le parole finali del protagonista del film E Johnny prese il fucile, l’unico film diretto dallo sceneggiatore e scrittore Dalton Trumbo nel 1971, all’età di 65 anni.
Il film, tratto dal romanzo omonimo scritto nel 1938 e pubblicato negli Stati Uniti nell’anno successivo, è un atto di accusa contro tutte le guerre. Nonostante il libro narri delle disavventure del soldato Johnny durante la prima guerra mondiale, divenne, nel corso degli anni successivi alla sua pubblicazione, un punto di riferimento per tutti gli antimilitaristi del mondo che ne utilizzarono in vari momenti il messaggio e i suoi significati.
Rulli di tamburo su una bocca di cannone, sfilate di soldati di tutto il mondo, politici che arringano la folla, partenza per la guerra, scoppio di una bomba. Sono i suoni e le immagini iniziali del film che racconta della perdita di gambe, di braccia e di una parte del viso del soldato Joe Benham divenuto, così, un pezzo di carne pensante.
La tragicità e la crudezza della storia descrive le atrocità delle guerre, di tutte le guerre, accentuate dall’uso del bianco e nero, con inserti a colore, in un film che si presta ad essere visto e fruito in tre modi diversi.
Il primo, nella sua cruda realtà in bianco e nero, ci fa capire come il potere, senza aggettivi, nasconda una verità scomoda, terribile, che una volta conosciuta potrebbe mettere in discussione lo stesso potere. Un attacco alla scienza e all’esercito con un'atroce denuncia contro la guerra. Non c’è pietas nel senso classico del termine, in questo film, se non nella figura dell’infermiera.
Il secondo ci fa scoprire e immaginare il protagonista, che non vediamo mai, dalla descrizione che fa di se stesso. Con lui analizziamo e vediamo il suo corpo vilipeso e martoriato, le sue ferite, con lui soffriamo, costruendo ognuno di noi il proprio film, fino ad accettare come una liberazione quel suo grido finale di aiuto.

Il terzo, a colori e un po’ meno incisivo del primo, ci fa partecipare ai ricordi, alle attese, ai sogni, alle speranze del soldato Johnny. In ultima analisi una tragedia greca con unità di luogo, di azione e di tempo che ci rimanda alla nostra cultura classica, dalla quale abbiamo appreso che è bello immolarsi, ma dalla quale ci allontaniamo coscienti, oggi, sapendo che non è bello morire per la patria.

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One, Metallica,
dall'album ...And justice for all

www.youtube.com/watch?v=EzgGTTtR0kc

Uno

Non riesco a ricordare nulla
Non posso dire se ciò è vero o è un sogno
Dal profondo mi vien voglia di gridare
Questo terribile silenzio mi ferma

Adesso che la guerra ha finito con me
Mi sto svegliando, non riesco a vedere
Che non è rimasto molto di me
Niente è reale adesso se non il dolore

Trattengo il respiro come speravo in caso di morte
Oh per favore, Dio, svegliami

Indietro nel gembo è molto più reale
Nei battiti vitali che devo sentire
Ma non sono impaziente di venire a conoscenza del futuro
Guarda il tempo in cui vivrò

Nutrito attraverso il tubo che è conficcato in me
Proprio come una novità in tempo di guerra
Legato alle macchine che mi fanno vivere
Taglia via questa vita da me

Trattengo il respiro come speravo in caso di morte
Oh per favore, Dio, svegliami

Adesso il mondo è andato, io sono solo UNO
Oh Dio, aiutami
Trattengo il respiro come speravo in caso di morte
Oh per favore, Dio, svegliami

L'oscurità mi sta imprigionando
Tutto ciò che vedo
E' solo orrore
Io non posso vivere
Non posso morire
Sono intrappolato in me stesso
Dai corpo al mio patrimonio genetico

Una mina ha preso la mia vista
Ha preso la mia lingua
Ha preso il mio udito
Ha preso le mie braccia
Ha preso le mie gambe
Ha preso la mia anima
Mi ha lasciato con la vita in un inferno
Citazione Giancarlo Riviezzi il 05 Novembre 2010 alle 22:11

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