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Peppe Lomonaco, 26 febbraio 2011, ore 09:00

 

 

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Certe mattine preferiva lo specchio del guardaroba a quello del bagno. Oltre ai peli bianchi sul petto, poteva osservare per intera la propria nudità e il vuoto immenso dello specchio.
A vestizione avvenuta, prestava attenzione particolare alla cravatta, al taglio delle basette a punta, alla rasatura, alla camicia, alle calze e a tutto il resto. Un dirigente esemplare, perfetto, diceva a se stesso mentre abbozzava dei sorrisi, gli stessi che avrebbe dedicato ai superiori durante la giornata.
Vestiva con eleganza e ricercatezza, non come certi colleghi in camicia o in orride felpe a mezze maniche e logori jeans. Nello specchio si esercitava più volte con i sorrisi. Non poteva sorridere in modo sguaiato aprendo per intera la bocca: aveva i premolari divorati dalla carie. I denti non se li curava. Dei dentisti aveva terrore, li odiava.

Figlio di modesti merciai ambulanti, Girolamo Cardone dopo quattro anni di seminario continuò gli studi fino a conseguire la maturità classica. Nei due anni di stazionamento all'università si guadagnò un esame e il titolo fittizio di dottore. A Cròpani tutti lo chiamavano dottore. La statura fisica gli affrancò il servizio di leva. Fu assunto, dopo due anni d'attesa, come impiegato dall'Ente di Bonifica Valle del Bilioso (En.Bo.Val.Bi). Convinto cattolico praticante andava a messa tutte le domeniche e le feste comandate. Si confessava una volta al mese, solitamente l'ultima domenica.
Suo basilare concetto filosofico per la vita di tutti i giorni era: i soldi si fanno lira su lira. Per questo non fumava, non entrava mai in un bar neanche per un usuale caffè, mai un giornale, mai che andasse a cinema. Mai che sprecasse una lira in qualcosa che non fosse veramente necessaria per vivere.

In casa, nei primi anni di matrimonio, aveva imposto il suo decalogo:

  1. lavaggio del corpo e cambio biancheria intima una volta alla settimana;
  2. pulizia del deretano con un solo strappo di carta igienica;
  3. scarico dello sciacquone solo dopo il grande bisogno.

Aveva finanche determinato il menù settimanale per l'alimentazione della famiglia a cui la moglie si atteneva scrupolosamente.
Si riteneva una persona esemplare. Ciò che elargiva volentieri ai familiari e al prossimo erano le massime latine imparate negli anni di scuola.

Col passare degli anni Girolamo Cardone s'era guadagnato la stima del direttore generale e dei capi dell'En.Bo.Val.BI. Insieme alla stima arrivarono le soddisfazioni della vita. Nel giro di pochi anni aveva abbandonato la modesta dimora di via Pietro Micca, nel centro storico, per una spaziosa villa nella nuova zona residenziale di Cròpani: tutte ville eleganti immerse in verdi e frondosi giardini. La sua si chiamava Villa Elvira, come la moglie. Aveva acquisito al suo patrimonio una villa al mare e l'altra in montagna. Non ci andava spesso ad esercitare il diritto di proprietà. Preferiva affittarle nei mesi estivi per guadagnare qualcosa. Sfrenato ammiratore della tecnologia tedesca, ogni due anni cambiava l'auto scegliendo sempre tra Audi Mercedes e Bmw. E ogni anno pianificava le vacanze estive ed invernali per la famiglia nei posti lontani ed esotici della terra. I conti in banca erano costantemente pingui e i pacchetti azionari rendevano sempre al meglio.

Deteneva da anni la presidenza della locale squadra di calcio, la presidenza della Confraternita della Misericordia, della Cassa Rurale e Artigiana, del Civico Comitato di San Pancrazio, della Cantina Sociale, del Circolo Bocciofili, della Ferrari Fans Club, oltre alla presidenza dell'Associazione per la valorizzazione del Primitivo di Cròpani, e alla vicepresidenza del Carnevale Cròpanese. Per la nomina a cavaliere del lavoro attendeva la pubblicazione del decreto del Presidente del Consiglio.
Con l'esercizio delle cariche ricoperte s'era guadagnato la stima dei cròpanesi. Nessuno evitava di salutarlo. Lo salutavano tutti, anche con il buio della notte. Si sentiva un uomo arrivato, sazio. Se io sono quello che sono lo devo al signor direttore, diceva spesso a se stesso e alla moglie. Era quello l'unico debito.
Ciò che gli rendeva mutilata la vita era la calvizie estesa su due quinti della superficie cranica, e il non avere un'amante. Tutti i dirigenti dell'ente ne avevano una. Alcuni, addirittura due. Evitava il confronto con il veterinario e don Benedetto, i mandinghi di Cròpani.

 

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Da qualche tempo s'era proposto di agganciare la centralinista dell'ente, Donatella Spataro. Donna dal turbolento passato, era da anni contrita penitente per guadagnarsi la via del paradiso eterno. Dell'antico splendore di donna dalle mille risorse e dalle mille battaglie non c'era più traccia. Il suo corpo era un regolare parallelepipedo; i capelli si potevano contare sul chiaro cuoio capelluto. Continuava a darsi il rossetto sulle labbra, ma non era la stessa degli anni ruggenti. E il fard che sprecava sul viso non produceva l'effetto sperato. Perfino gli occhi, nonostante l'accorta matita di ogni mattina e la cura delle sopracciglia, erano spenti.
Girolamo Cardone non si perse d'animo, passò all'attacco. Alea iacta est, si disse un giorno. Chiamò la Spataro nel suo ufficio. La trattenne oltre il normale orario di lavoro tediandola con i turni di ferie da predisporre per l'estate prossima, dei progetti-obiettivo per raggranellare qualche soldo, e anche che, per il caldo, conveniva mangiare a pranzo solo verdure con un po' di frutta e bere tanta acqua.
Donatella Spataro taceva. Non riusciva a spiegarsi l'insolita disponibilità del dottore. Capì tutto quando avvertì scivolare sulla gamba sinistra le dita sudate.
– Ma da me cosa vuoi, a quest'ora?
– Voglio amarti, Donatella, - disse Cardone con voce non ferma.
– Voglio proprio vedere cosa sei capace di fare!
La donna si sollevò la gonna e mostrò gli slip di pizzo nero.
Il dottore, strabuzzando gli occhi, protese le mani verso il triangolo nero incastonato tra le cosce e il ventre esuberante della centralinista. La donna ebbe un istintivo moto di repulsione quando avvertì sulla pelle le mani umide e fredde. Pretese dallo spasimante di mostrarle il patrimonio. Il dottore, imbarazzato, non se la sentì di opporsi alla legittima richiesta. Si sbottonò i pantaloni e mostrò la cicoria appassita.
La Spataro, lasciandosi cadere la gonna, lo schernì con lazzo. Con un deciso gesto della mano mise a sedere il dottore e gli disse:
– Va' a cacare, verme! Ecco quello che sei: un verme! E non ti permettere un'altra volta di infastidirmi con le tue stronzate! Verme!
Il dottor Cardone si sentì un verme e non rispose. Mentre si riabbottonava il pantalone, si riprese proponendosi di tentare l'impresa in un momento più opportuno.

 

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Erano passati dei giorni. Quella mattina il dottor Cardone, fra gli impegni della giornata, aveva incluso il ritorno alla carica della centralinista. Prima di uscire da casa ingoiò una compressa di viagra. Era la prima volta e non conosceva per personale esperienza gli effetti e i tempi d'azione del medicinale. Mentre viaggiava in macchina avvertì il sangue pulsargli nelle vene, in tutte le vene, finanche nella testa. In ultimo anche la cicoria rinvigorì. Parcheggiò la vettura blu presidenziale nello spazio a lui riservato. Evitò di soffermarsi con i colleghi, tutti con la faccia triste, impegnati a commentare l'assurdo arbitraggio della partita di calcio della nazionale italiana, e l'ingiusta prematura eliminazione dal campionato mondiale.
Anche quando s'accomodò alla poltrona dell'ufficio il sangue continuava a battergli smodato nella testa. Avrebbe voluto raggiungere la centralinista nel suo gabbiotto. Ripiegò nel bagno per gioire più compiutamente dell'inaspettata resurrezione.
Era lì quando sentì dei passi affrettati per il corridoio e ordini insoliti e decisi.
– Chiudere l'ingresso principale! Nessuno deve uscire! Tenete gli occhi aperti!
Il vigore della cicoria in un attimo si spense. Cardone si sollevò il pantalone e la cerniera lampo. Il sangue riprese a pulsargli nel cuore e nel cervello. Anche l'anima prese a pulsargli. Ad agire non era il viagra. Non sapeva cosa fare. Si trattenne nel bagno sperando che i passi scomparissero.
– Manca solo Cardone, – disse la voce.
Qualcuno aprì e richiuse all'istante la porta del bagno accanto.
Il dottor Cardone vide la maniglia del bagno girarsi. Poi udì due decisi colpetti sulla porta.
– Chi è dentro? – chiese la voce imperiosa.
– Sono io.
– Io chi?!
– Cardone.
– Si dia da fare! La stiamo aspettando.

Il commissario di polizia quando udì lo sciacquone ebbe un cenno d'intesa con il giovane agente che gli stava vicino.
Salvatore Sciuto, agente della squadra mobile, era teso e nervoso. Era la prima volta che si trovava sul campo per l'arresto di un uomo e stringeva il calcio della pistola nella fondina.
Il commissario, impassibile, predisponeva le manette canticchiando, più nella mente che sulle labbra, una vecchia canzone popolare: Ah uelì, quant'è pulit u ninn mì, quann pass da nnand cas, ca giacchett s'aiat u nas.

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