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Mauro Bubbico, 06 marzo 2011, ore 10:00

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È l'ultimo sabato di febbraio. Chi vuole, può scorgervi l'approssimarsi dei colori, dei tepori, dei voli decisi degli uccelli. I fiori del mandorlo non senza dolore rompono gli indugi e si presentano a nuova vita, seguiti dal pero e dal pesco mentre le erbe rinvigoriscono. Il carro del sole di marzo riveste di verde la terra, di fieno e fiori le messi, ma è nel muschio la forza del poeta, / nella resina, nel rosso / dei pettirossi cercanti: quando ascoltante / la forza del poeta è il suo silenzio.1

In contrada Bufalara, bianca è la casa del poeta. Da un lato il fossato e il bosco di macchie, in fondo il blu del mare, davanti i campi arati e l'oliveto.
In quel preciso momento i cani si accucciano, i gatti si allontanano sui pini d'Aleppo, le volpi, le faine e le lepri non escono di tana, finanche la famiglia dei cinghiali non osa abbandonare la boscaglia. Un assordante silenzio precede il disastro, il creato trattiene il respiro e tutte le bestie si ammutoliscono. All'alba, la luce non annuncia giorno, e non c'è il breve volo incerto del colacola. Il silenzio del luogo è squarciato dai tuoni che dalle colline rotolano fino al mare. E dopo il fragore le nuvole si sciolgono e scaricano acqua in quantità biblica. I pioppi secolari cadono nel fiume, Bradano e Basento all'unisono rompono gli argini.
Al passaggio del pullman che porta gli operai alla Fiat di Melfi, per primo, sotto la furia dell'acqua cade il Ponte di Ferro; più a nord crolla il Ponte di Cannezano. Nelle case coloniche il livello dell'acqua sale, alle due di notte la famiglia rumena in contrada San Marco lancia il primo allarme. L'acqua scava le montagne e si allunga fino alle Tavole Palatine, in poche ore il metapontino ritorna l'antica palude di un tempo. I sarmenti della vigna sono sommersi, le chiome degli ulivi sembrano tanti isolotti, i campi di frumento scompaiono, i filari degli orti svaniscono, galleggiano carcasse di animali sull'acqua, le pecore negli ovili annegano senza belare, i bovi nella stalla impazziscono, i cavalli per istinto fuggono verso la collina, gli uccelli si posano sui rami spogli del noce.

Il poeta contadino si è spento in paese nell'ultimo sabato di febbraio.
Pietro, sereno, ha chiuso gli occhi e ha visto per l'ultima volta la casa dov'era nato, da cui sua madre lo chiamava mentre  era intento a cronometrare il tempo del lavoro di fabbrica degli uccelli nella costruzione del nido. Ci ha lasciato il cantore dell'anima, il sognatore perduto, l'allegra voce di chi non ha voce; un "poeta albero" innamorato del mondo innocente e del Buon Dio che vive nel bosco di Bufalara.

1. Giuliano Scabia, Il poeta albero, Einaudi, 1995.

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Pietro Balsamo, Cosmo

Il mio paese
Stralci sui colli, esposti a levante
sorti tra muri e castelli o su altipiani, a valle e riviere,
il mio paese.
Ricordo dell’infanzia
quando solevo camminare da solo.
Chi potrà dimenticare?
Il largo del piccolo borgo
dove giocavo con i miei compagni,
quel pino sempre verde, che frusciava nell’alzar del vento,
ed i passeri l’adornavano
di tutte le stagioni.
Il vico che mi vide correre
e la casa mi riparò dalle intemperie.
Misera forse la dimora,
sempre in cuore la fede materna.
Ti abbandonerò per poco, per anni,
servirò la patria, ritornerò.
Se più non ritornerò
per sempre ti ricorderò.

Pietro Balsamo

 

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Pietro Balsamo (1926–2011) mostra il libro "I disastri della guerra" di Francisco Goya.

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