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Maria Grazia Marsico, 08 giugno 2017, ore 17:00

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Il palco dell'Arezzo Wave Basilicata 2017 al centro per la creatività Cecilia di Tito. (foto Donato Colangelo)

Da Mutonia al Cecilia il rock'n'roll viaggia e il sound lucano ci culla.

Storie di check, chiacchiere e birra
La sala Piko del Cecilia mi ha sempre affascinato. E non necessariamente per il fatto che si lega a una storia o perché sono la solita superfan dei luoghi intimi e raccolti, ma perché è uno dei pochi posti in cui qualunque tipo di band ci suoni non ti sembra fuori posto. Conosciamo molti music club, posti o locali in cui vai a sentire gruppi pop-rock o jazz o dj-set di elettronica e in cui sarebbe fuori contesto un live etno-folk o una rap battle. Mentre qui, nonostante ci sia venuta spessissimo, per la prima volta oggi noto questa cosa.

Sul palco a fare il soundcheck c’è Alea, la “voce fuori dal coro” di quest’edizione di Arezzo Wave Basilicata, che in questo caso abbandona per un attimo la sua tradizione indie, alternative e cantautorale e fa spazio al soul jazz della voce di Alessandra Zuccaro, ventinove anni, di Brindisi, ma con una band tutta lucana, la Sit band. «Da quando li ho trovati – dice – non li mollo più». Quando le chiedo, naturalmente, come stia vivendo il fatto di essere in un contest con radici lontane dal suo genere musicale mi dice: «Suonerei anche a un festival di pizzica pur di suonare». Non ha l’ansia da concerto e non le interessa suonare per piacere agli altri, le interessa la musica per la musica. Non a caso – penso – è una cantante jazz. Le dico allora che il jazz sta morendo, che questo non si può ignorare e di suggerirci, se esiste, un antidoto alla sua fine. Mi risponde che anche qui il problema sono le major e il disinteresse delle radio ma, ancora una volta, a lei non interessa: «Ho provato a muovermi nel pop ma non c’è niente da fare: io sono jazz, la mia anima è jazz.» E infatti “Sarò tua”, il pezzo con cui Alea ha fatto il salto nel pop, non le piace molto – se lo fa scappare – e funziona meglio dal vivo, in una versione riarrangiata rispetto al disco. «Non voglio fare quello che impone il mercato. Preferisco fare musica anche solo per cinque persone, ma la musica che piace a me». Quando più tardi sale sul palco, sento l’energia di queste parole, la Piko “suona” perfettamente il loro “motivetto”, la vocalità di Alea e i pezzi hanno un’ottima dinamica impreziosita dalla presenza di un trombettista che sembra il pronipote materano e moderno di Miles Davis. Un live che gli inglesi definirebbero molto cool. Nonostante questo, ammetto che non ci aspettavamo di rivederla in finale – inutile dirlo: nei contest esiste un sano toto-music scommesse che intercetti tra il pubblico e che è fatto di commenti, impressioni, previsioni – ma alla fine il “dado” per lei è caduto bene. Alea iacta est, l’origine latina del suo moniker, un’amara celebrazione della sorte incerta, delle paranoie d’incertezza che Alessandra ci rivela – come tutti – di avere. Un tributo fatalista alla paura generazionale del futuro, che stavolta però trova una pausa almeno di serenità visto che quando le chiedo se è felice mi risponde «Assolutamente no».

Abbiamo già bisogno di una birra. I ragazzi di “Basilicata onirica” stanno allestendo lo spazio poetico e immaginifico che racconta la Dark Side of Basilicata; il bar è già più che mai attivo e una sorta di mini-Cecilia, concentrato e raccolto oltre la vetrata, nello spazio sopra alla Sala Piko, piace a tutti noi ancora di più.
Facciamo due chiacchiere ad un tavolo con altri semifinalisti, i Bytecore. Un minuto e mi hanno già stregato con la loro irriverenza da ventenni. Sono “due più uno”. Il terzo è il chitarrista-bassista che ha anche prodotto il loro primo disco e che si aggiunge alla formazione per suonare dal vivo. Sono di Francavilla in Sinni: tre ragazzi della porta accanto che a un certo punto s’infilano delle maschere semi-fluo (verde, arancio e nera), salgono sul palco e lo fanno della serie “al nostro segnale scatenate l’inferno!”. Quando ci parlo dopo il check si lamentano un po’ del palco piccolo e penso che sono solo in tre... cosa dovrebber dire quelli che sono in numero maggiore. Ma non sapevo quello che mi aspettava, non sapevo quanta muscolarità ci sarebbe stata nel loro modo si suonare, né quanto spazio servisse anche solo al bassista per dare sfogo alla sua natura metal. La sua è la metamorfosi che mi ha colpito di più: da ragazzetto per bene a diabulus in musica. E non perché per il live avesse messo anche un cappello e un casco di lunghi dread, ma perché dei tre è quello che meno riconosci quando le luci on stage si accendono. Incarna il potere liberatorio del palco, che quando ci sei sopra e suoni diventi te stesso e mandi a quel paese tutte le sovrastrutture.

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I Bytecore di Francavilla in Sinni. (foto Donato Colangelo)

Il basso sembra prolungargli il corpo, si piega continuamente e talmente tanto da fargli sfiorare continuamente il pavimento. La carica sonora e fisica è forte: si ispirano a Skrillex e forse anche un po’ ai Prodigy, prendono dalla drum’n’bass alla industrial passando per sperimentazioni varie. La gente è coinvolta, innegabile. Attirano tutti, alcuni iniziano a spostarsi dal bar e dall’isola felice di Lucanapa per venire a vedere cosa succedendo. Faccio un piccolo “sondaggio emozionale” e scopro che piacciono praticamente a tutti: gli aggettivi più gettonati sono “innovativi, potenti”. Soprattutto su Invaders, title-track del loro primo album, non c’è più niente da fare: la fusione elettroacustica del trio ha conquistato il Cecilia. Quando finisce il loro momento sono stremati, distrutti, sembrano avere settant’anni tanta è l’energia che hanno messo nella performance. Peccato abbiano tolto le maschere alla fine del live, quando erano ancora sul palco: non so se sia stata una scelta, ma è sembrata quasi un’interruzione innaturale della magia. Se le avessero tolte una volta tornati nei camerini, avrebbero lasciato dietro di sé una sorta di scia di “metamorfosi da palco”.

Il piano-salvezza
Vado a vedere che aria tira nei camerini e ovviamente, bevendo birra e cercando dei taralli smarriti, si suona, si “suonicchia”, si accorda, si strimpella. Il più fricchettone nel raggio dei sette metri della stanza si avvicina alla tastiera e inizia a suonare Elton John. È Luca Briscese, frontman dei Layne Douglas, un tipico esempio di cuore romantico dietro una scorza di maglietta aggressive più capello lungo. Più tardi, sul palco, ci cullerà con la sua voce. I taralli non si trovano. Volano nomi e ascolti. Gonzalo Rubalcaba. Bacchette che suonano ovunque.
Nicola Roger Andrulli, che a quanto pare è un Roger Waters addicted, accorda il basso. Sarà il primo a salire sul palco. Sorride. Ripenso a quello che mi raccontava prima, che a lui e al suo gruppo in fondo non piace suonare per gareggiare, che gli altri partecipanti al contest sono amici o ragazzi con cui hanno studiato al Conservatorio di Matera e infatti a un certo punto iniziano a confrontarsi su alcuni esercizi tecnici.

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I Layne Douglas di Venosa. (foto Donato Colangelo)

Quest’anno la semifinale di Arezzo Wave Basilicata ha i colori di Matera e della sua provincia: tranne Antonio Langone, di Satriano che vive a Roma, e i venosini Layne Douglas. La loro corista inizia a essere insofferente per l’attesa, la definisce straziante e per sfogarsi si misura con pliè e grandpliè, usando il tavolo come una sbarra da sala di danza. Poi si mette anche lei al piano «So suonare solo cose classiche e tristissime», premette. La tastiera diventa il punto focale dell’attesa, il cuore della stanza, l’angolo dello sfogo. Ci passano tutti da lì: chi ci suona Vinicio Capossela, un altro qualcosa che riproduce l’eliminacode delle poste, un altro ancora delle sigle di pubblicità. È il loro sacco da boxe.
Prendono in giro uno dei Layne Douglas, veterano di Arezzo Wave che ha solo venticinque anni ma è il vecchio del gruppo. «La prima volta che ho partecipato – dice quasi imbarazzato – ero il più piccolo della band e oggi...». È la sua quarta volta e, scherzando, quasi si difende dallo sfottò precisando agli altri che con ogni formazione si è piazzato sempre bene. Un po’ di tensione c’è. È inevitabile. Ma l’atmosfera è piacevole. Sarà che in quella stanza, a parte la voce femminile dei Layne Douglas, sono tutti maschi (Alea non c’è), sarà che in generale i musicisti sono ancora per la maggior parte uomini e la rivalità femminile non trova terreno fertile, sarà che è un’arte nobile ma il fatto è che, senza cadere in un facile peace&love, stando lì dentro arrivo alla conclusione che è vero: la musica, in un certo senso, unisce ed è condivisone più che competizione.

Pink Floyd, anni settanta e polvere che conserva
Da Matera arriva il ventottenne Nicola Andrulli che non è un chitarrista sacrificato al basso, ma che il basso lo suona per scelta. In realtà racconta che anche lui aveva iniziato con la chitarra acustica un’estate che da piccolo s’era rotto il ginocchio ed era stato costretto a stare a risposo, senza poter fare niente, nemmeno giocare a calcetto. Si trova a guardare un dvd dei Pink Floyd del padre, si innamora di Roger Waters e oggi The Piper at the Gates of Down è uno dei dischi a cui si ispira di più.
È lui con i suoi musicisti ad aprire la semifinale. E, superato un inevitabile momento iniziale di assestamento dei suoni, ci trasporta nel suo "prog-jazz moderno”, come prova a definire il suo genere. Vengono tutti da studi jazz, ma si sente che hanno suonato anche tanto altro, che hanno stili diversi che si mescolano, che la figura mitologica di Syd Barrett è ancora più che mai viva. I brani sono raffinati e hanno qualcosa di Cure moderni con la voce di Tom Morello. Finalmente con loro Nicola ha trovato una dimensione che lo soddisfa e la sintonia si avverte. Hanno suonato spesso insieme, anche in altri contest mi dicono. Purtroppo però in finale non li rivedremo. Ma li aspettiamo con il loro ep “Where the ocean dies” che dovrebbe uscire a giugno. «Esiste già da tempo – racconta Nico – ma non ho mai avuto un soldo per registrarlo e produrlo. Ora però sembra finalmente arrivato il momento».
Antonio Langone porta la polvere sul palco. Voce e chitarra, è da solo. E c’è da dire che, amanti del cantautorato o meno, la sua voce ci sta, la usa con stile, la modula da professionista e sa usarla per raccontare. Cantare, interpretare e raccontare sono cose diverse. Pare che il set acustico non sia stato una scelta ma una necessità perché i suoi musicisti hanno avuto problemi e non sono riusciti a raggiungerlo. Ma tiene benissimo il palco: il suo modo di starci è forse il più consapevole tra tutti ed è assolutamente padrone di quello che succede. Ogni tanto si aliena, sembra autotrasportarsi in un’altra dimensione, il suo sguardo si perde, lascia questa realtà per andarsene chissà dove. Dice che in molti gli fanno notare questi suoi attimi di “assenza momentanea”, che non sa se gli piace o no averne e che però ci sono e basta. Scopro che, come in altri casi inaspettati, dice di essere timido. «Se non lo fossi – continua – non riuscirei a cantare».

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Antonio Langone di Satriano di Lucania. (foto Donato Colangelo)

La timidezza è la sua forza e forse per questo ama tanto la polvere quando fa da involucro rassicurante all’anima. Chiedi alla polvere è uno dei suoi pezzi migliori e mi sembra, a prescindere dal risultato, anche uno dei migliori della serata. Una strana coincidenza ha voluto che, dopo averla scritta, Antonio abbia letto il romanzo dell’italo-americano John Fante intitolato appunto “Chiedi alla polvere”. Le coincidenze che non sono mai coincidenze. «La polvere nera è quella che conserva, nasconde, protegge – mi spiega – oppure è quella che con una folata di vento sparisce e ti lascia in difficoltà». Insomma o ti copre e ti protegge o se ne vola, rimani scoperto e fai una brutta fine. Non a caso nel video del brano scorrono immagini anni settanta che la polvere ha in qualche modo conservato e protetto nel tempo.
Un sound diverso tra blues, rock e reggae ci avvicina ai Layne Douglas. Le linee vocali sono interessanti così come la seconda voce femminile e i cori del tastierista che al piano dà il meglio di sé nel pezzo Sally. Uno stile alla Sam Cooke sembra a tratti rivivere nelle scelte della band venosina. Seguono momenti in cui tastiere alla Pino Daniele disegnano melodie jazz su base reggae. Suonano anche As them know, sicuramente il brano più reggae di questa semifinale. Non sondaggio gli umori del pubblico ma si avverte che il loro punto di forza non è solo nel carisma di Luca Briscese, cantante ed autore dei testi, ma anche e soprattutto nella provenienza mista e nelle influenze plurime dei membri della band che, se sfruttate bene, potrebbero dare ottimi risultati.

La pausa tra la fine delle performance e il concerto dei Rock'n'roll kamikazes la passiamo a consolare gli Epochè, band di Ferrandina. Mi era venuto spontaneo andare a cercarli per dirgli che mi erano piaciuti molto, insomma quella cosa lì che chiamano complimenti. Li trovo con delle facce a dir poco tetre, incazzati neri, tristi che niente sembra poterli risollevare. Espressioni funeree. Suonano per ultimi e, neanche a dirlo, il live comincia col violino che non si sente, e il violino è uno strumento fondamentale nella loro musica, una scelta insolita e sicuramente caratterizzante. «Se non si sente il violino – si infervorano dopo – è finita. Che suoniamo a fare?» dove il “fare” inizia con le quattro "f" lucane. Un classico gioco di sguardi e si accordano col fonico. Ok dai, violino a posto. Si continua. Cominciamo ad addentrarci in un sound buckleyano che ha anche qualcosa di Paolo Nutini. Ma prima che possiamo esserci dentro fino al collo è una corda della chitarra a saltare. «Era nuova, l’ultima corda che avevo comprato» mi dice più tardi il chitarrista e cantante Daniele Altamura, delusissimo. Scende dal palco nel panico e ci risale con la chitarra di Antonio Langone. «Meno male che me l’ha prestata lui». Inutile dirgli che il loro stile è piaciuto molto, che il suo timbro conquista, che la scelta dei suoni era originale, una serie di altri commenti che facevamo tutti lì, sotto al palco. «È stato uno schifo!» continuano a dirmi. Sicuramente non si aspettavano di essere di nuovo sul palco per la finale del 13 maggio.

The kamikazes revolution
Provo a tenermi stretto il mio “libro nero”, un’agenda su cui per tutta la sera annoto sensazioni, cose che succedono, risposte alle mie domandine. Alle band dico: «Non mi guardate male se mi vedete girare co’ sto coso nero e scrivere al buio, è tutto normale». Ma a chi mi vede usare carta e penna in qualunque angolo e in posizioni strane devo sembrare una guardona, o comunque una presenza non meglio identificata. Insomma quando The rock'n'roll kamikazes arrivano sul palco ci provo a tenermelo stretto, ma è inutile. Smetto di appuntare cose. La sala Piko si trasforma in un locale anni quaranta di quelli bui e nebbiosi in cui, soprattutto i neri, prima ancora che nascesse la parola rock'n'roll, andavano a ballare swing o lindy hop. La band romagnola è travolgente e la mia morale rock mi impone di lanciarmi nelle danze. Il banchetto di “Basilicata onirica” si svuota e si trasferisce sotto al palco, il bar serve solo per andare a dissetarsi tra un ballo e l’altro, le giacche si sbottonano, la temperatura sale, si suda, ed è bellissimo. Nessuno dei presenti, o almeno così pare, ha la più pallida idea di come si balli il rock’n’roll ma ognuno trova il suo stile. Tra i ballerini improvvisati però c’è qualcuno più convinto, lo notiamo e iniziamo a imitarne i movimenti. Intanto Eugenio Pritelli (chitarra), Giuseppe De Gregoriis (batteria) e Nicolò Fiori (contrabbasso) suonano da paura e non vorresti mai staccargli gli occhi di dosso, solo che ogni tanto devi farlo per guardarti i piedi e renderti conto di dove il “micro-pogo” della Piko ti stia portando.

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The rock'n'roll kamikazes. (foto Donato Colangelo)

Un salto nel passato, di cui i Kamikazes riproducono anche le sonorità, ma senza farti dimenticare che sei nel 2017. Si va dal rock'n'roll, al rockabilly al punk-rock: un mix perfetto di vecchio e nuovo in un’euforia generale il cui maggior responsabile è, innegabilmente, Andy MacFarlane, frontman scatenato e tecnicamente impeccabile.
Prima di iniziare a fare due chiacchiere con lui lo troviamo assorto nel racconto su brigantaggio, Italia pre-unitaria, Regno delle Due Sicilie di Nico Zazo che con “Kalura”, i suoi linguaggi artistici e un meridionalismo consapevole, conquista chi si avvicina al suo banchetto, compreso Andy. Guarda le magliette allo stand: quella con sopra il brigante Crocco e un’altra. «Quale mi consigli?». Dico quella con Crocco.
Noto subito che il frontman dei Kamikazes è uno scozzese con un fantastico accento romagnolo, che spesso si lancia in frasi in perfetto dialetto barese e ha una fidanzata bergamasca. È arrivato in Italia seguendo la Mutoid Waste Company con i suoi artisti, scultori e performers che da Londra si spostarono in Germania per poi stabilirsi a Santarcangelo di Romagna dove vivono dal ’91 nel loro villaggio, Mutonia. È lì che vive anche lui ed è lì che la maggior parte dei Mutoid continuano a lavorare alle loro creazioni artistiche e ai loro progetti, viaggiando parallelamente tra festival e nuove realtà da scoprire nel mondo.
Col racconto di Nico Zazo ad altre persone in sottofondo, parliamo di blues, passando dalla schiavitù dei neri senza la quale – è assurdo pensarci ma in parte è proprio così – non sarebbero forse esistiti il jazz, il blues e quindi il rock'n'roll, e chissà quanti altri generi più o meno affini. Parliamo di blues dei neri e blues dei banchi e, di conseguenza, del rock'n'roll degli albori. E non posso non chiedergli: «Elvis o Chuck Berry?» e lui: «Eh, mi dispiace ma... Chuck Berry!». Risposta esatta! E mi consiglia il libro Viaggio al centro dei Cramps, una biografia degli americani The Cramps, appunto, famosi per i loro live “infuocati” per la vicinanza al cinema horror e per essere i pionieri dello psychobilly che ha cambiato molte cose nel rock’n’roll.
Non so come – la voce di Andy è un fantastico fiume in piena di pensieri e parole – arriviamo a Trump: «Che bombardi o meno – dice – lo fa solo per metterci paura» e arriviamo alle banche, con le quali se la prende molto: «La gente non capisce che il problema del mondo non sono gli immigrati o chissà quale altra cosa ma le banche, o meglio, i governi che continuano a salvarle».

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Il banchetto di Nico Zazo allestito al Cecilia. (foto Donato Colangelo)

E intanto si sta facendo tardi, il Cecilia si sta svuotando e ogni tanto salutiamo qualcuno che va via. Siamo sempre vicini allo stand di Nico Zazo dove ora si ferma, col suo cane, anche il batterista incuriosito. Stiamo per salutarci, solo che Andy non ha ancora deciso quale maglietta prendere. Alla fine, soddisfatto, compra quella con Crocco e un’altra, scompare un attimo e torna con una maglietta dei Kamikazes. Mi dice «Vedi se ti sta...» Credo sia da bambino perché è incredibilmente perfetta per me che sono alta un metro e cinquanta.
Quando gli chiedo, alla fine, perché ha iniziato a suonare proprio questo genere, con i mitici Hormonauts prima e con i Rock'n'roll kamikazes ora, mi dice che è stato piuttosto naturale, forse perché suo padre ascoltava jazz e blues. Ma in fondo credo che ci sia anche qualcosa in più: forse è la sua risposta alla timidezza, o meglio alla passività. «Lo dico non da musicista interessato alla tecnica e all’esecuzione perfetta on stage, ma da musicista che quando sale sul palco vuole l’esplosione. Vorrei vedere i giovani che esplodono sopra e sotto al palco e invece c’è tanta timidezza, e non la voglio vedere. Noi non abbiamo fatto il ’68, magari non siamo stati una generazione che ha guidato il cambiamento, ma eravamo comunque attivi e incazzati. Oggi invece i giovani sono morti, persi, mentre la musica può darti coraggio. La rivoluzione forse è questo – conclude – un costante uscire dall’uovo». Ma a lui sembra che i giovani si aggrappano al guscio senza riuscire a venirne fuori.
Ci saluta. Sorrido come una bimba con la maglietta che, naturalmente, indosso subito. Quello a cui ripenso sono le banche, il Sud Italia, l’immigrazione, Trump ma, alla fine, quello che sento è il rock’n’roll.

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