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Cristoforo Magistro, 18 ottobre 2011, ore 18:00

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Edizione NUE Nuova Universale Einaudi, 1974. Collana progettata da Bruno Munari.

Giunto come una divinità in incognito all’isola fra i burroni chiamata Aliano, Carlo Levi, il medico e pittore che nel 1935 il regime aveva condannato a tre anni di confino in Lucania per attività antifascista, attribuirà alle sue “terre nascoste” il merito d’averlo fatto umano.1
Si adottarono, in tempi e con modalità diverse, a vicenda.
Indubbiamente quell’Italia immersa in un tempo arcaico esercitò sull’intellettuale torinese una tale fascinazione da far quasi temere a chi lo conosceva che là potesse perdersi fra donne velate, capre, streghe ed angeli. “Non affondare troppo i tuoi occhi in quelli neri e senza fondo di quella gente…Parlami d’amore, non parlarmi di Aliano”, gli scriverà nel marzo del 1936 Paola Levi con la quale ha una relazione.2

Levi si scioglierà dall’incantesimo ma quelle terre e quella gente saranno tema costante della sua arte e sprone al successivo impegno politico di meridionalista e organizzatore culturale.
Nessuno meglio e più del suo Cristo si è fermato a Eboli ha fatto conoscere la Lucania al mondo e sollevato un’ondata d’interesse così forte da renderla un caso studio di rilievo internazionale. Il romanzo fu d’altra parte una rivelazione per gli stessi lucani che, come dimostrarono con le grandi lotte per la terra degli anni 1945-1953, cominciarono a considerare con occhi diversi la propria condizione.
Ma, chiediamoci, occorreva lo “sguardo straniero” di Levi per mettere a nudo la miseria morale e culturale della borghesia meridionale e raccontare lo sfruttamento che praticava a danno dei contadini? Non ne avevano già parlato, con passione e onestà Fortunato, Nitti, Dorso, Salvemini e Gramsci e, ancor prima, liberali della Destra Storica come Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti?
Evidentemente sì. Ci voleva un uomo “così libero dal proprio tempo, così da esso esiliato” per vedere e raccontare, passando dalla cronaca minuta, alla riflessione storica e alle annotazioni antropologiche, come le cose accadevano ad Aliano.3 I meridionalisti avevano parlato di contadini, il Cristo poteva essere capito anche dai contadini. A renderlo politicamente più efficace delle grandi inchieste e dei pregevoli studi di età liberale, fu l’aver messo in primo piano, all’interno della questione meridionale, la questione contadina. Per questo Rocco Scotellaro poté leggerlo ai braccianti che ebbe a compagni di cella nel carcere di Matera. Nel romanzo leviano si parlava di poveracci come Giulia la Santarcangiolese e la povera Parroccola e di potenti come Don Luigino, i due medicaciucci e l’altezzoso brigadiere e i carcerati lo capivano perché ognuno conosceva nel proprio paese personaggi del genere.
In diciotto fra quanti in cella avevano seguito la lettura che del Cristo aveva fatto Scotellaro manderanno poi a Levi una lettera in cui si diceva:

Come ci soggiogano e come ci deridono! Ma verrà il giorno che i nostri occhi si apriranno per vedere ciò che ci fanno quella razza di scanno, di noi ne fanno quel che ne vogliono e dopo ne ridono, non sono mai sazi come quei vermi solitari che succhiano ciò che si mangia la vittima del loro possesso e muti se ne stanno nelle viscere degli esseri.

Per loro quel libro dalla copertina “rossa come la realtà scrittaci”, era vangelo: “Chi potrebbe negare a vossignoria ciò che avete scritto?”.4 Per lo stesso motivo il Cristo era popolarissimo – racconterà Levi in Tutto il miele è finito – anche fra i pastori sardi.5

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Questo studio propone una rivisitazione di Aliano dal primo dopoguerra alla caduta del fascismo basata sulla documentazione archivistica. Come era prevedibile, nonostante l’arco temporale considerato sia molto più ampio del periodo di confino dello scrittore (dal 18 settembre 1935 al 25 maggio 1936), i soggetti che vi si incontrano sono meno numerosi di quelli presenti nella narrazione leviana. La cosa non sorprende dal momento che Levi si interessò all’intera comunità con particolare attenzione per i contadini mentre l’orizzonte di riferimento di prefettura e questura non andava oltre i notabili che la amministravano o ambivano ad amministrarla.
Siamo del resto in un paesino (1729 abitanti al censimento del 1931, di cui circa un terzo emigrati) in cui, tipicamente, a occupare di prepotenza la scena è il podestà, il segretario del fascio, il medico, il farmacista, il comandante della stazione carabinieri e, per lo più sotto la forma dell’anonimato, qualche loro avversario mentre la comunità, confinata sullo sfondo, si fa confusamente sentire solo nei momenti più drammatici.
Nelle carte d’archivio i protagonisti delle vicende alianesi si raccontano in prima persona. Giganteggia fra tutti il podestà Luigi Garambone; seguono, a scalare, i suoi avversari e protettori. Quando il romanzo fu pubblicato buona parte di costoro si sentì diffamata. Gli ampi stralci di documenti che qui si riportano sono a loro riferibili o scritti di loro pugno. Avrebbero quindi potuto costituire una smentita a futura memoria del giudizio negativo che se ne dà nel Cristo, ma non si può proprio dire che lo facciano. Al contrario arricchiscono il catalogo delle loro malefatte e prepotenze. Il meno che si può dire di chi allora accusò Levi di mistificazione e, appellandosi ai sentimenti campanilistici, di denigrazione dell’intera comunità, è che avesse la memoria corta.6

Ai giorni nostri, mentre ricerche come Un torinese del Sud: Carlo Levi, di G. De Donato e S. D’Amaro, hanno confermato quei giudizi, alcuni studi locali hanno cercato di mitigarli presentandoli come un artificio narrativo. Il podestà Magalone, ad esempio, sarebbe stato così presentato “riguardo all’aspetto umano e professionale, perché meglio fosse rimarcata la sua negatività sul piano politico” mettendone in evidenza la falsità e la perfidia. In realtà sarebbe stato invece un bravo e onesto insegnante. E neppure i due medicaciucci sarebbero stati così ignoranti.7 Fatto sta che di loro la gente non si fidava e andava a protestare dai carabinieri chiedendo che ad Aliano fosse inviato un medico.

Non si vuole contrapporre qui una nuova “condanna” – la ricerca storica non deve occuparsi né di condanne né di assoluzioni - alla loro riabilitazione postuma. È però necessario riaffermare che Levi nei pochi mesi del suo soggiorno aveva capito perfettamente le dinamiche e i personaggi che governavano Aliano e che non avrebbe potuto raccontarla meglio neppure se avesse avuto sottomano le carte d’archivio che mezzo secolo dopo – sia pure inspiegabilmente mancanti per il periodo del suo confino - si sono rese disponibili. Aliano è oggi, grazie al Parco Letterario Levi, un centro che attira una discreta corrente turistica; le sue strade sono piene di cartelli relativi ai luoghi del Cristo del quale riportano brevi citazioni. Nella frettolosa visita che vi ho fatto questa estate non ne ho visto nessuno che si riferisse ai suoi personaggi. Mi sono sfuggiti o Levi lo ha scritto solo per parlare di calanchi, fosse del bersagliere e case con gli occhi?

Nota: questa è l'introduzione, lievemente modificata, a un saggio dallo stesso titolo che esamina le vicende alianesi dal 1920 al 1943 stabilendo un continuo confronto fra la Aliano delle carte d'archivio e quella del romanzo Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.

1. G. De Donato e S. D'Amaro, Un torinese del Sud: Carlo Levi: una biografia, Milano 2001, p. 131.
2. Ivi, p. 125 e p. 128.
3. C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, L'autore all'editore, Torino 1945, p. V.
4. C. Levi (a cura di) G. De Donato e R. Galvagno, Prima e dopo le parole: scritti e discorsi sulla letteratura, Roma 2001, p. 34.
5. C. Levi, Tutto il miele è finito, Torino 1964, p. 72.
6. G.B. Bronzini, Il viaggio antropologico di Carlo Levi, Bari 1996, p. 151.
7. Il riferimento, citato da F. R. Uccella in Gagliano e il parco letterario di Aliano: metamorfosi di una memoria in Quaderns d'Italià (13, 2008) è a Gente di Gagliano, ritratti di personaggi leviani, (Matera 1994) di A.V. Colangelo i cui giudizi sono stati poi ripresi anche da F. Vitielli ne Il germoglio sotto la scorza, Roma 1998.

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