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Peppe Lomonaco, 18 gennaio 2011, ore 22:33

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Sì, quei sfottuti stronzi mi cacciarono da Matera. Mi tolsero la residenza, mi cacciarono. Venni qui a Mattina con Marietta, Francesco e Luisa. Trent’anni ancora non li avevo.
Ero falegname a Matera. Lavoravo legno, la mia passione. La passione ce l’avevo da ragazzino quando badavo alle vacche. Impegnavo il tempo a intagliare legno. Ricavavo bastoni cucchiai e mestoli. Imparai da massar Nicola: mi affilava la punta dell’attrezzo, m’istruiva sul legno d’olivo di ciliegio d’olmo e di cerro. Veramente imparai anche con il latte per il formaggio e la ricotta. Non continuai con le vacche, mia madre mi volle artigiano. Mi affidò a mast’Eustachio.

La storia è lunga. Non ci voglio pensare. A Mattina nessuno sa questa storia. Forse anche a Matera. Gli stronzi sono morti da tempo. Se quello stronzo di don Egidio non fosse venuto da me, non sarebbe accaduto quello che accadde. Lui faceva parte del Comitato P.M.P. “Pro Matera Provincia”. Mi disse che nel comitato c’erano pure il podestà, il segretario federale, l’avvocato don Pancrazio, il sottoministro don Ciccillo La botte, don Gregorio Cifuni e altri che adesso non ricordo.
Il sottoministro don Ciccillo, a Roma, era riuscito a farsi ricevere dal re e a convincerlo a visitare Matera in occasione della proclamazione della città a capoluogo di provincia. Il P.M.P., a sua volta, costituì il Comitato P.V.R. “Pro Visita Re” per organizzare il programma dei festeggiamenti.
Presidente di questo comitato era don Egidio che un giorno venne da me, nella mia bottega, a dirmi del programma già pronto nei dettagli e che bisognava provvedere a un particolare importante per la visita del re. Disse:
– Il re proclamerà Matera “Provincia”, poi dovrà inaugurare il monumento ai caduti l’ospedale il nuovo carcere e visitare il museo. In piazza sarà allestito un grande palco con il trono, e la piazza stessa sarà interamente ornata da drappi rossi e drappi neri, perché il re parlerà ai materani. Tu, caro mast’Oronzo, sei da questo momento incaricato di costruire il trono dove il re dovrà sedersi per il suo bisogno. Capisci cosa voglio intendere?
Gli dissi di sì, che avrei costruito il trono da mettere sul palco in piazza dove il re si sarebbe seduto per parlare al popolo di Matera.
– No, no, – disse don Egidio. – Quel trono lo stanno preparando nella capitale. Arriverà bello e pronto dalla capitale. Tu devi preparare il trono per il bisogno del re. Capisci cosa voglio dire? Sua maestà il re non può sedersi sul candro dove ci sediamo tutti noi. Lui, il re, è il re di tutta la nazione, di tutta l’Italia, non può sedersi su di un candro qualsiasi. Il comitato ha deciso di costruire un trono adatto alla situazione, un trono tutto particolare, con un buco nel centro, e sotto il buco ci sarà lo spazio per occultarci un candro vero e proprio. Ora tu, caro mest’Oronzo, dovrai costruire il trono che sarà rivestito di raso rosso. Ma ciò che più conta, dovrai inventarti un qualcosa, un ingegno, un meccanismo che automaticamente pulisca il culo del re nel momento in cui avrà finito il suo bisogno. Mi capisci, mast’Oronzo? Mi sono spiegato?

Il problema mi fu chiaro abbastanza. Mi era evidente il tipo di trono da costruire. Mi era difficile, invece, immaginare il meccanismo che avrebbe permesso di pulire automaticamente il culo reale. Ad ogni modo, non disperavo. Una soluzione mi sarebbe venuta fuori. C’era un mese di tempo e mi bastava. Tranquillizzai don Egidio che ce l’avrei fatta; che avrei cercato una soluzione adeguata per il meccanismo automatico. Gli dissi anche che mi sentivo onorato per essere stato scelto proprio io tra tanti artigiani di Matera. Lui, don Egidio, volle concordare il prezzo con l’intesa che il P.V.R. mi avrebbe fornito il raso rosso e tutto l’occorrente per l’imbottitura del sedile e dei braccioli, oltre ai materiali per la riproduzione dorata dello stemma reale sulla spalliera.
Mi misi subito all’opera. E intanto che lavoravo di sega e di pialla, elaboravo la soluzione per il meccanismo automatico. Me ne feci subito un’idea, ma funzionava fino a un certo punto. Non sapevo come avviare l’azione del congegno nel momento propizio.
Nei primi giorni andavo tranquillo ed ero fiducioso nelle mie risorse. Si trattava di aspettare per perfezionare l’idea. Ma, intanto, un giorno sì e l’altro pure, don Egidio veniva da me per rendersi conto di come procedeva il lavoro. Era soddisfatto. Soprattutto quando tutto il trono fu rivestito di raso rosso e la spalliera decorata con lo stemma reale dorato. Don Egidio sorrideva da solo, era felice. Fu allora che mi confidò che l’idea del trono bucato con l’automatismo era stata sua e che, quando l’aveva proposta a quelli del comitato, era stata accettata con l’entusiasmo di tutti.
Mentalmente avevo perfezionato l’idea per il funzionamento del meccanismo automatico: con dei piccoli argani, ingranaggi di legno e delle molle metalliche avrei collegato un’asse di legno la cui estremità sarebbe stata avvolta da ovatta e garza. L’azione dell’asse sarebbe avvenuta nel momento in cui dal sedile del trono si fosse sollevato il deretano. Alla base del congegno c’era lo sfruttamento del peso del corpo gravitante sul sedile sotto cui avrei sistemato le molle che, comprimendosi, avrebbero caricato gli argani permettendo il movimento dell’asse per quattro volte nel momento in cui il peso veniva a mancare.
Lavorai alacremente per giorni e giorni e, poi, anche di notte. Emersero notevoli difficoltà, ma alla fine il sistema funzionava. Io stesso sperimentai la macchina senza però cacarci dentro. Il meccanismo funzionava alla perfezione dopo modifiche d’ogni sorta e dopo aver ricostruito varie parti in dimensioni più opportune. Funzionava. Don Egidio volle di persona mettere alla prova la macchina. La provò senza togliersi le mutande e, per la gioia, mi abbracciò forte.

Anche il podestà e il federale vollero di persona sperimentare la macchina. La provarono senza mutande. Furono contenti di tutto, anche se pretesero la sostituzione del raso rosso del sedile con quello nero. Per una questione d’intonazione, dissero.
Mancavano quattro giorni all’arrivo del re. Tutta Matera era in fermento per i preparativi: strade pulite come non mai; aiuole magicamente fiorite; palazzi imbiancati di calce; le porte delle botteghe e dei negozi pitturate. Io, su di un carretto, portai il trono nel palazzo del podestà, rimesso a nuovo per l’occasione, dove il re sarebbe stato ospitato. Lo sistemai con cura e lo riprovai più volte. Tutto era a posto. Funzionava alla perfezione.
Don Egidio con l’aiuto delle camicie nere sistemò la stanza. Ci mise due specchiere, le bacinelle smaltate nuove, il pitale decorato colmo d’acqua e la sputacchiera di porcellana. Sulla parete, dietro il trono, aveva attaccato la foto a mezzobusto del re accanto a quella del duce. La stanza, da poco imbiancata, odorava di calce. La porta e la finestra erano state verniciate a nuovo. Sul pavimento, dalla porta al trono, era disteso un lungo tappeto rosso. La stanza sembrava d’una vera reggia.
Il giorno della visita, don Egidio mi volle con sé sin dal mattino. In giro era tutto un movimento. Gente per le strade che andava in tutte le direzioni. Drappi neri e drappi rossi sulle facciate dei palazzi, dai balconi penzolavano afflosciate bandiere nere. Striscioni e striscioni di “Viva il re” e di “Duce, a noi!” lungo le vie. Banchetti di venditori ambulanti di pettini bambole di pezza specchietti e di noccioline fave ceci mandorle carrube lupini fichi secchi e cucù. Fornelli dei venditori di frittura: sarde baccalà patate lampascioni e fiori di zucca. Fanfara militare carabinieri miliziani guardaboschi e guardie municipali in alta uniforme. E uscieri e portinai inquadrati tutti in ordine. E c’era gente arrivata dalle campagne. Contadini e pastori che per un giorno avevano abbandonato gli orti e le greggi. Gente arrivata sui traini e a dorso di asini e di muli da paesi vicini. Un casino in giro come non s’era mai visto prima. Uomini donne e ragazzi con i cani e le capre. Un mare di gente che era il popolo. Il popolo di Matera. Una baraonda incredibile.

Io ero con don Egidio, tra quelli del comitato P.V.R. e le autorità di Matera: il podestà il centurione della milizia il vescovo il sottoprefetto il veterinario il sottoministro. Tutti ad attendere il re.
La piazza era piena di voci. La fanfara provava il pezzo per l’arrivo del re. Le camicie nere e i balilla si erano schierati in ordine per acclamare il re presente e il duce assente. Sul sagrato c’era la statua della Madonna con tutti gli ordini religiosi e le confraternite con gli stendardi. C’erano le mogli delle autorità con i cappelli e le velette davanti agli occhi in compagnia delle figlie e delle comari. E davanti al Caffé Fascio s’erano radunati i fattori i campieri e i massari delle ricche famiglie materane.
Ad un certo punto, in piazza, arrivò un cavallo baio a passo di trotto con in sella un miliziano vestito di nero che annunciò l’approssimarsi della carrozza reale. Appena dopo, in fondo al viale, apparvero i cavalli bardati con in sella i gendarmi in alta uniforme, con i fucili a tracolla e i pennacchi sui berretti a visiera. Dietro ai cavalli s’intravedeva la carrozza del re. Immediatamente ci fu un vociare di “Arrivaaa, arrivaaa, arrivaaa”. Poi, in un momento, quando la carrozza fu interamente sotto gli occhi di tutti, in piazza si fece silenzio. S’udiva solo il battere degli zoccoli dei cavalli sull’acciottolato. Dalla fanfara e dal plotone dei soldati si levò una voce: “Arriva il re!”. Gli armati e i musici scattarono in posizione di attenti. La carrozza, tirata da tredici cavalli, si fermò al centro della piazza. Il cocchiere, in alta uniforme, teneva le briglie tirate. Era un momento di trepidazione. C’era silenzio. Non si udiva una voce. “Presentat arm!” urlò la voce di prima. Si videro i fucili sollevarsi dai ciottoli. Un milite in uniforme arabescata aprì la porta della carrozza. Venne fuori il primo uomo che si fermò a reggere lo sportello. Si capì che non era il re. Apparve il secondo uomo, aveva la testa racchiusa in un cilindro a visiera dorato, in divisa militare piena di medaglie e decorazioni, con gli stivali neri lucidi e il cinturone intorno alla vita smilza. Teneva la mano sinistra stretta sull’impugnatura della sciabola. Era il re. Riverenti gli si avvicinarono il podestà, il sottoprefetto e il sottoministro. Nel silenzio irruppe un cupo rullare di tamburo. Un cane, di sicuro bastardo, per lo spavento abbaiò ripetutamente nel momento più solenne. “Onore al re!” ingiunse la voce di prima. Ci fu uno, non so chi, che di testa sua iniziò a battere le mani. Immediatamente tutti applaudirono e gridarono quasi in coro “Viva il re!” mentre la fanfara intonò Giovinezza giovinezza.
Il re si mosse in direzione del palco, ornato da drappi cordoni nappe e fiori, su cui faceva bella mostra il trono dorato arrivato dalla capitale. La fanfara, cessata Giovinezza, attaccò con l’inno reale. Nell’aria ci fu di nuovo un gran casino di voci e di grida e di “Viva il re!”

Dalla mia postazione vedevo per la prima volta il re che fino a quel momento avevo immaginato grande, molto grande, e alto, molto alto. Invece non era né grande né alto, non era neanche quanto una persona qualsiasi. Era piccolo minuto basso. Molto meno di me che non sono grande né alto né basso. Il re era straordinariamente piccolo. Piccolo e leggero.
Il podestà, dal palco, con voce arrogante, disse:
"È con inesprimibile commozione che saluto sua maestà il re, discendente di una stirpe di santi, e il duce invitto, assente ma presente con lo spirito e le parole del telegramma che passo a leggervi: Su mia proposta il Consiglio dei Ministri ha elevato cotesto comune alla dignità di capoluogo di provincia stop – Sono sicuro che col lavoro, colla disciplina e colla fede fascista cotesta popolazione si mostrerà meritevole della decisione del governo fascista. Firmato Mussolini."
La piazza si scatenò in una tempesta di applausi. Quando il battimani cessò, il podestà riprese:
"Il duce, con la intuizione profonda del genio italico, ha costituito nella nuova provincia di Matera il più promettente granaio d’Italia, riconoscendo alle popolazioni del Materano la missione che Iddio aveva loro assegnata per posizione geografica e per struttura geologica. Viva il re! Viva il duce! A noiii!"
Ci furono gli applausi e i “Viva il duce” e i “Viva il re”. Intervenne il sottoministro don Ciccillo:
"Maestà, altezza, il cuore della nostra gente palpita d’intensa commozione di fronte all’omaggio tributato ai gloriosi suoi morti dalla maestà vostra e da vostra altezza reale.
"Superba, o Sire, è l’aureola illuminata che esalta la vostra figura di re soldato e guerriero glorioso. Superba, altresì, l’aureola che illumina il vostro regno e la rinascita di questa gioventù italica che freme nella pienezza del suo entusiasmo e nella purità della sua abnegazione. Rinascita che è valorizzazione e difesa della vittoria su cui vigilano assidue la mirabile intuizione del nostro duce e la fermezza del governo, che si onora della vostra fiducia e attinge la sua guida dal vostro senno sicuro.
"Con l’omaggio ai morti, la vostra augusta presenza apporta a questo popolo in attesa, una sublime speranza di vita.
"Sire, con orgoglio e con onestà di cuore e di mente, annuncio che le sottoscrizioni al Prestito del Littorio dei comuni della nostra neonata provincia ammontano a sei milioni e novecento mila lire. Il nostro potente alalà echeggi, dunque, per il duce magnanimo, per il fascismo, per la patria, per il re! Echeggi per il duce, creatore e garanzia della nostra provincia, per il partito fascista e per l’Italia! A noiii!"

Diluviarono, come sferzanti grandinate, gli applausi. Intervenne, quindi, il re che salutò il duce assente, il podestà e tutte le autorità presenti e anche il popolo.
C’era silenzio. Si udiva solo la voce del re che non era potente come quella di don Ciccillo, quando all’improvviso un asino scoppiò a ragliare accompagnandosi con rumorose scorregge ed espellendo numerose palle di cacca suscitando il raglio di tutti i somari presenti nella piazza.
Non si riuscì più a seguire il discorso reale. Il popolo se la rideva per gli asini che ragliavano.
Il re, alla fine del suo breve intervento, proclamò la città di Matera ottantasettesima provincia del regno. Il podestà applaudì per primo. A lui si aggiunse il sottoprefetto e il sottoministro. Poi, con fragore, applaudì il popolo della piazza.
Seguì l’inaugurazione del monumento ai caduti: con un cenno del sovrano, il velario cadde e il monumento apparve agli occhi di tutti. Un clamore di stupore rapì la piazza intera. Appena dopo, il re, a capo del corteo, si diresse verso l’ospedale non molto lontano.
Ero in terza fila con don Egidio che aveva l’incarico di accompagnare il re al cesso in caso di bisogno.
Durante la cerimonia di inaugurazione dell’ospedale, intitolato al nome del re, mi assalì il dubbio che la macchina sotto il trono non potesse funzionare per il modesto peso del sire. Per farla funzionare era necessaria una certa pressione, un certo peso sul sedile. A me non sembrava che il re ne avesse abbastanza da poter caricare argani e ingranaggi per dare movimento all’asse e pulirgli il buco del culo.
Quando il re, con tutto il corteo delle autorità, si mosse per recarsi al nuovo carcere, ebbi modo di riferire la mia preoccupazione a don Egidio. Il suo viso divenne rosso, gli si spalancarono gli occhi. Mi tempestò di domande. Gli dissi che non potevo sapere prima dell’inconsistente peso del re. Anche lui era sorpreso della modesta statura di sua maestà. Nessuno glielo aveva detto. A Matera, tranne don Ciccillo, non c’era uno che avesse visto il re con i propri occhi prima di quel giorno.
– Cosa si può fare? – mi chiese.
– Non lo so. Ci devo pensare, – gli dissi.
Don Egidio era abbattuto. Pensai che l’unica cosa possibile era manovrare l’asse della macchina manualmente a condizione che qualcuno si mettesse sotto il trono ad attendere il momento dell’intervento. Don Egidio condivise la mia proposta e mi disse: bene, bravo. Aggiunse che sotto il trono dovevo starci io, dal momento che ero l’unico a conoscerne l’uso e che non era pensabile incaricare chicchessia della delicata operazione.
In cuor mio non volevo andarci, ma mi rendevo conto della situazione difficile che s’era creata. Alla mia disponibilità don Egidio si rasserenò. Ma, appena dopo, si fece di nuovo preoccupato: pretese che sotto il trono ci andassi da quel momento. Non fui d’accordo. Concordammo per l’ora di pranzo quando il re sarebbe entrato nel palazzo e, presumibilmente, avrebbe avuto bisogno del cesso.
Così fu. E mentre il re era a tavola a banchettare, io ero al buio sotto il trono.
Era trascorso del tempo, un’ora forse più, quando sentii aprirsi la porta. Vidi sollevarsi il coprisedile del trono e il nudo culo del re accomodarsi nel buco. Ci furono delle loffe e delle inconsistenti scorregge, e la pipì. Il re si sforzava. Era evidente la sua stitichezza. Continuava a sforzarsi senza esito. Mi resi conto che sua maestà non poteva chiedere aiuto a nessuno. Il sovrano era stremato quando venne fuori la cacca e un asfissiante fetore. Temetti di morire. Per un po’ trattenni il respiro. Appena il deretano si sollevò, azionai immediatamente l’asse, ma il culo già era fuori dal raggio d’azione. In un attimo recuperai l’ovatta e la garza dalla punta dell’asse per intervenire manualmente a fare ciò che c’era da fare. Velocemente ritirai dentro la mia mano. Dopo una manciata di secondi il culo riapparve. Pensai che il re volesse continuare il suo bisogno. Attesi degli attimi. La cacca non veniva. Mi convinsi che il re volesse ripetere il pulirsi automatico. Intervenni velocemente. Il culo si sollevò, ritornò la luce. Sentii imprecare in una lingua a me sconosciuta. Percepii l’acqua versarsi nella bacinella. E ancora imprecare. Cazzo, anche il re bestemmia!, mi dissi. Poi udii la porta chiudersi, quasi sbattuta. Il sovrano era uscito dalla stanza, io da sotto il trono. Sul fondo della bacinella posavano dei residui di cacca.
Don Egidio mi chiese com’era andata. Dissi bene. Lui era preoccupato perché aveva visto il re, turbato, dire qualcosa al sottoministro prima e al sottoprefetto dopo.

A sera inoltrata seppi ciò che era accaduto. Me lo disse don Egidio. I baffi del re si erano sporcati di cacca. Solo allora mi resi conto che nel mio secondo intervento avevo pulito i baffi e non il culo. Era chiaro, ora, che il re, incuriosito del cesso automatico, aveva voluto rendersi conto da vicino, con i propri occhi, del meccanismo.
Il podestà e il segretario federale minacciarono di punire don Egidio con l’olio di ricino. Ma don Egidio, che era avvocato, si difese in tutti i modi e accusò me di tutto l’accaduto. Mi tennero per tre notti e tre giorni rinchiuso nel sotterraneo del palazzo del podestà dove c’erano quelli che non avevano sottoscritto il Prestito Littorio e anche il campagnolo con il suo asino, colpevole di aver ragliato per primo in piena cerimonia. In quei tre giorni fu deciso il mio allontanamento da Matera. Mi dissero che il federale voleva mettermi in galera per tutta la vita nel nuovo carcere. Non andò così, si accontentò di farmi ingoiare un litro di olio di ricino. Non mi diede neanche il tempo di potermi riprendere dalla potente diarrea che mi fece accompagnare dagli squadristi fuori dell’agro comunale.
Fu allora che venni a Mattina. Venni a piedi. Prima solo io. Poi mi raggiunse la famiglia.

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Commenti  

Il testo è fantastico, ma anche ciò che esprime l'immagine è degno di nota. Bravi entrambi. Continuate così, un blog sui generis di questi tempi..
Citazione Francesco Lomonaco il 11 Febbraio 2011 alle 18:02
Non si può con 1500 caratteri, esprimere dissenso a quello che ha scritto il signor Lomonaco. Ha ironizzato sul Papy della Patria, sul Re soldato amico degli sfortunati contadini meridionali mandati a migliaia a morire per combattere gli austriaci con lo scopo di ingrandire la zuppa (il regno)ove intingere il "savoiardo" Per la miseria, ora che ci penso, non ho mai saputo se il Re soldato ha fatto colazione o ha mangiato qualcosa con i soldati. No, non credo, anche perchè probabilmente ha guidato in prima persona a petto in su le eroiche battaglie per cacciare il feroce nemico?????? (Chissà se almeno una volta ha visto o sentito il fuoco nemico).
Al signor Lomonaco voglio solo dire che ha saputo in maniera sfacciata ed efficace, con linguaggio chiaro e immediato, raccontare una favola bella, ironica e graffiante. Con una serrata scansione degli eventi che in successione logica hanno mostrato alla vista della mente quello che non abbiamo vissuto ma che immaginiamo ci siamo catapultati all'indietro, alle adunanze oceaniche per la visita del ministro di turno che in occasione di elezioni veniva ad estorcere voti in nome di una promessa di progresso mai mantenuta.
Il re a Matera e i colombi in tutti i paesi della regione: i lacchè in prima fila e i servi pronti a leccare per poi pulire il deretano (Vico aveva ragione con i suoi corsi e ricorsi storici?)La lettura è stata gradevole e ha regalato una manciata di serenità e sana ironia. Alla prossima Lomonaco, spero. Ivano
Citazione ivano il 21 Gennaio 2011 alle 21:01

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