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Atlante Nucleare*, 10 giugno 2011, ore 00:00

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Negli Stati Uniti è dagli anni '70 che si sta studiando un deposito definitivo per le scorie radioattive a più alta intensità. Nel 1978 furono avviati gli studi nel sito di Yucca Mountain, nel deserto del Nevada. I costi di costruzione di questo sito supereranno i 54 miliardi di dollari (che dovranno essere pagati con le tasse dei contribuenti), ma non è affatto certo che questo entrerà mai in funzione.

La data d'inizio dello stoccaggio, infatti, è stata più volte fatta slittare (oggi si parla forse del 2017), questo a causa di numerosi problemi, non ultimo il fatto che il Doe statunitense ha denunziato omissioni e irregolarità negli studi geologici che minano la sicurezza stessa del sito. Peraltro proprio a marzo 2010 l'amministrazione Obama ha tagliato ingenti fondi a questo progetto, dando un forte segnale di non ritenerlo idoneo come deposito geologico per le scorie.
Ma anche se il deposito di Yucca Mountain dovesse, un giorno, entrare in servizio, potrà contenere circa 70.000 tonnellate di rifiuti radioattivi, peccato che nel 2017 gli Stati Uniti avranno accumulato 85.000 tonnellate di combustibile esausto dalle loro centrali nucleari. Agli attuali ritmi di produzione mondiale di elettricità nucleare e armamenti nucleari, il mondo avrebbe bisogno di un deposito con capacità di Yucca Mountain ogni due anni.

Oltre alle scorie che si producono a valle del reattore nucleare ci sono quelle che vengono generate dalla produzione del combustibile. Per produrre le 160 tonnellate di Uranio necessarie a un reattore standard per un anno, se si parte da rocce di granito ricche di Uranio (1000 parti per milione) è necessario lavorare 160 mila tonnellate di roccia che finisce come rifiuto essendo, oltre che radioattivo, fortemente contaminato dalle sostanze chimiche impiegate. Si tratta quindi di materiali inquinati e inquinanti che spesso vengono abbandonati sul posto con gravissimi danni per l'ambiente e la salute delle persone stesse.
Un caso recente è stato denunciato in Niger, dove gli scarti dell'estrazione di Uranio contaminavano i villaggi esponendo le popolazioni a dosi di radiazione.

I pur modesti programmi nucleari che l'Italia aveva sviluppato nel passato e che furono chiusi con il referendum del 1987, ci hanno lasciato la pesante eredità dello smantellamento delle centrali e della gestione delle scorie. Aspetti che sono assai lontani da qualsiasi vera soluzione malgrado l'elevato costo che i cittadini italiani hanno già dovuto sostenere con le proprie bollette elettriche.
Nel Regno Unito i costi per smantellare i reattori di prima generazione e per bonificare il sito nucleare di Sellafield – impianto di ritrattamento del combustibile irraggiato da cui si estrae plutonio – sono stati stimati in 90 miliardi di euro. Il piano approvato dal governo prevede di effettuare i lavori nel corso dei prossimi 120 anni.

La questione delle scorie radioattive più pericolose e di tempo di dimezzamento (il tempo che occorre per ridurre della metà la radioattività di un elemento) enorme (dalle migliaia ai milioni di anni) costituisce ancora un problema di ricerca fondamentale. La "vetrificazione", spesso contrabbandata come soluzione del problema, è soltanto una fase di condizionamento di queste scorie, resta aperto il problema del loro confinamento in siti geologici adeguati; ma dopo il venir meno, con la chiusura del sito sperimentale di Carlsbad (Wipp, nel New Mexico, Usa), delle certezze sulla capacità di isolamento dall'acqua delle rocce saline, sia negli Stati Uniti che in Francia si è alla ricerca per sperimentare nuove soluzioni. D'altro canto, i megaprogetti di ricerca fondamentale per "incenerire" le scorie "bombardandole" con acceleratori di particelle (Ads), tipo quello del Cern di Ginevra, o con laser, in modo da ridurre i tempi di dimezzamento dei radionuclidi a una gestione possibile, incontrano grandi difficoltà a decollare a causa degli elevati costi previsti.

 

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Solo nella "provincia" italiana il prof. Veronesi si può permettere di affermare che lui dormirebbe con le scorie in camera da letto. Come Presidente dell'Agenzia della sicurezza nucleare, il prof. Veronesi andrebbe denunciato per falso ideologico. Infatti, a seconda del tipo di contenitore, la radioattività delle scorie vetrificate a un metro di distanza è di 40, 100 o 200 microSievert all'ora (World Nuclear Transport Institute, luglio 2006). Supponendo che il professor Veronesi dorma 6 ore a notte riceverebbe una dose di radioattività che, grosso modo, è da 80 a 430 volte superiore a quella consentita. Quali conseguenze? Se, per assurdo, tutti i cittadini italiani seguissero l'esempio di Veronesi riceverebbero una dose collettiva di oltre 5 milioni di Sievert, cui corrisponde un aumento di 250 mila casi mortali di tumore all'anno (piu di 2 volte l'atteso!). L'Autorità di sicurezza nucleare dovrebbe garantire la salute e la sicurezza dei cittadini e non promuovere propagandisticamente il nucleare usando argomenti irresponsabilmente falsi, oltre che ridicoli...

*un progetto di Cristiano Lucchi e Gianni Sinni
Grafici che hanno partecipato: Mauro Bubbico, Francesco Franchi, Fupete, Francesco Maria Giuli, Happycentro, Lcd, Marco Lobietti di G.I.U.D.A., Andrea Rauch, Stefano Rovai, Studio FM, Studio Kmzero e Tankboys.
www.atlanteitaliano.org

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