Mauro Bubbico, 27 gennaio 2011, ore 00:00

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Il primo capitolo del Terzo Reich si apre con un rogo di libri del 1933, l’ultimo si chiude in dissolvenza sui campi di sterminio.
“Là dove bruciano i libri, si finisce con il bruciare anche gli esseri umani” fu la premonizione di Heinrich Heine.
È ciò che accadde. I roghi come le camere a gas: la distruzione dei libri fu il primo passo verso la distruzione degli ebrei, perché la parola stampata è essenziale alla sopravvivenza e all’identità non solo per il “popolo dei libri”.

La storia insegna che i libri furono uno straordinario strumento di resistenza contro i nazisti. Per gli olandesi pubblicare libri di raffinata cultura fu un atto di resistenza contro l’invasore, per i polacchi salvare gli incunaboli in loro possesso fu una lotta per preservare il sentimento nazionale durante la seconda guerra mondiale. Nel 1992, in anni più recenti, in Bosnia, la biblioteca di Sarajevo fu bombardata allo scopo di soffocare la nazione che stava per nascere. Singolare è la storia dell'Haggadah di Sarajevo scritto nella Spagna del quattordicesimo secolo, ricco di preziose miniature, sopravvissuto a quattro distruzioni in cinque secoli compresa l'invasione del 1941 e la guerra bosniaca degli anni Novanta.

Se arricchire la propria biblioteca è un impulso condiviso dall'uomo, dai padroni del mondo e da chi il mondo vuole penetrare, allora perché bruciare i libri? Perché un popolo istruito non può essere governato. Perché i paesi conquistati devono cambiare la loro storia e le loro credenze.
Nei campi di concentramento il disegno, la scrittura, la poesia, i libri furono strumento di sopravvivenza. Germano Facetti a Mathausen fabbricò i suoi primi “tascabili” (piccoli taccuini cuciti con fil di ferro) in cui riportò le poesie di Lodovico Belgioioso, “poesie per accarezzare, e incantare per un attimo le menti terrorizzate”. Poesie utili ad evadere con la mente e che aiutarono a resistere e a verificare la propria identità di uomo, perché non tutto era stato distrutto dalla barbarie nazista.

I roghi nazisti furono all’inizio una trovata propagandistica escogitata “contro lo spirito non tedesco” da un’organizzazione studentesca per attirare il favore del governo. Benché il neonato ministero della propaganda e cultura popolare non avesse ancora una strategia culturale, Goebbles vide di buon occhio l'iniziativa. Le confische dei libri e i roghi organizzati "contro lo spirito non tedesco" non corrispondevano alla politica nazionale, ma la anticipavano, perciò furono assunti a simbolo dell'intolleranza nazista.
"Il libro è il doppio dell'uomo, bruciarlo significa ucciderlo". Durante la guerra i tedeschi rubarono, trafugarono, saccheggiarono e bruciarono milioni di libri e opere d'arte, assassinarono gli oppositori politici e, per motivi di razza, deportarono, fucilarono e gasarono milioni di ebrei e ne bruciarono i corpi. Nei paesi slavi ridussero in schiavitù e sterminarono le popolazioni e ne bruciarono i libri e la loro cultura. Per i nazisti i libri erano l'incarnazione vivente e concreta dello spirito non tedesco e della civiltà contemporanea.

 

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Attraverso la luce della notte. Così parlò il Dr. Gobbeles: Accendiamo nuovi roghi affinché i ciechi continuino a dormire.

John Heartfield, 10 maggio 1933

 

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Documenti dal Taccuino di Germano Facetti. Il taccuino come "memoria artificiale", la materializzazione di quella sua esperienza, la prova tangibile che vince la lotta contro "le laceranti incertezze della memoria"

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